Il lavoro educativo e formativo che ha come punto di partenza la consapevolezza del pensiero musicale, sorge da questo semplice ma fondamentale principio: mettere in relazione e produrre suoni determinando un ascolto cosciente. Questo può avvenire stimolando la percezione in modo attivo attraverso giochi sonori, improvvisazioni, sviluppo del movimento corporeo; si creerà così una sinergia tra direttore e coro, un percorso di conoscenza e di consapevolezza attiva di sé stessi e del proprio sentire, che accompagnerà i coristi (anche i più giovani) alla scoperta del canto e della musica. Tuttavia, nell’educare i bambini e i giovani a fare coro, è fondamentale non dimenticare l’individualità e l’unicità di ogni elemento che compone il gruppo, considerandole come sfumature che caratterizzeranno la bellezza del crescere insieme e sviluppando così il senso d’appartenenza come espansione espressiva e creativa del proprio essere. Dirigere un coro di voci bianche richiede dunque ricchezza umana e rispetto per le singole intelligenze emotive dei suoi componenti, così da guidarli verso l’obiettivo di vivere la propria voce ovvero comunicare attraverso di essa l’espressione di sé e della consapevolezza dell’io interiore.
Fin dai primi incontri con i bambini e i giovani che hanno desiderio di cantare in un coro è necessario lavorare su questi aspetti percettivi che caratterizzano la natura umana, risvegliando la musicalità presente in ognuno di loro. A questo proposito Sergiu Celibidache, grande direttore d’orchestra, affermava: «La musica diventa un motore che sposta gli animi, ma se i suoni di una semplice melodia procedono senza relazione, allora la coscienza umana non potrà aprire le porte al divenire della musica».
Se si segue questa preziosa indicazione, si potrà osservare che, proprio attraverso l’abitudine alla bellezza dell’ascolto, il coro diventerà sempre più espressivo, attivo e reattivo alla richiesta di un gesto musicale, creando empatia con il direttore e l’ascoltatore. Molti sono a questo riguardo gli interrogativi che un direttore di coro si pone: che cosa vuole ottenere dal suo coro? Quale suono? Quale repertorio desidera affrontare? Quali saranno le caratteristiche che renderanno quel coro unico nella sua musicalità?
La mia esperienza con il Coro Artemusica – realtà corale piemontese attiva fin dalla nascita nella formazione delle voci bianche e giovanili – ha condotto a un cammino di ricerca espressiva e di consapevolezza musicale attraverso lo stimolo, nei bambini e nei ragazzi, del sentire la musica come valore esistente dentro di sé.
I laboratori musicali di lettura, di ritmica, di ascolto, di scoperta dell’armonia e dei suoi colori, hanno da sempre entusiasmato i giovani coristi, rendendoli liberi e indipendenti sin dalla prima fase di approccio alla partitura per poi abbandonarla trascendendone la scrittura per raggiungere gli elementi percettivi e alimentando il cosa e il come si canta. La formazione che Artemusica propone – sia corale che pianistica e laboratoriale – parte dalla scuola dell’infanzia e, generalmente, accompagna gli allievi fino all’età adulta creando una sinergia affettiva che lega insegnanti e “compagni di musica” in un percorso di vita molto significativo, proponendo un’esperienza musicale aperta a tutti senza vincoli di selezione.
Ciò comporta naturalmente misurarsi con interrogativi che spesso vengono posti dalle famiglie degli allievi, come ad esempio: «Ma mio figlio è portato per la musica?». Ritengo che ogni dote sia un elemento che si coltiva come una pianta che deve trovare il suo giusto habitat, così l’interesse di scoperta per la musica diventerà il veicolo che condurrà l’allievo sul percorso più coerente con il proprio modo d’essere. Occorre dunque evitare l’applicazione di un metodo uguale per tutti, che risulterebbe troppo riduttivo e poco proficuo.
Proponiamo dunque una metodologia aperta che si contrapponga al metodo unico, così da dare valore alle differenze come arricchimento pedagogico e umano. Fare musica significa comprenderne il significato espressivo e non applicare un metodo fine a sé stesso! Cantare e imparare a usare la voce in modo naturale apre le porte a ogni tipo di strumento musicale perché, attraverso la cantabilità, ogni tecnica troverà la giusta modalità per arrivare a esprimere l’idea musicale. La società odierna tende a omologare i tempi di sviluppo e di apprendimento appiattendo ogni sana diversità che sarebbe invece necessaria in un gruppo di lavoro, lasciando poco spazio all’evoluzione di cui ciascun individuo ha bisogno per poter crescere e alimentare la propria esperienza. Contro la prospettiva oggi predominante, ritengo dunque opportuno contrapporre fermamente l’importanza di creare un modo di fare musica che si adatti a ognuno, valorizzandone le singole caratteristiche. Questo consentirà di ottenere un coro sicuro delle proprie competenze e capace di condividerle nelle esperienze comuni.
Si è già scritto molto sull’importanza della condivisione come elemento che favorisce la promozione e la diffusione dell’esperienza corale, ed è sempre importante ricordarne la rilevanza per portare avanti l’impegno e la determinazione del lavoro che si fa insieme. Condividere la propria unicità rende felici e stimola la perseveranza nella ricerca. In circa quindici anni di esperienza, il Coro Artemusica ha affrontato molti concorsi nazionali e internazionali, festival e produzioni discografiche, progetti importanti con compositori e musicisti contemporanei di rinomata fama artistica, sperimentando un arricchente percorso di crescita e acquisendo un bagaglio di vita indimenticabile. Alla base di esperienze come queste ci dev’essere però la gioia di potersi esprimere, senza egocentrismo o comportamenti edonistici (né da parte dei coristi, né da quella dei direttori), che offuscherebbero ogni intenzione di verità musicale e umana.
L’obiettivo da raggiungere, quindi, sarà il percorso stesso come un viaggio ricco di sfumature e di elementi da condividere, di gioie e di momenti difficili, formando nei ragazzi un bagaglio personale condiviso all’interno del gruppo-coro che rafforzerà l’io interiore di ciascuno stimolando un rapporto equilibrato con i compagni di coro. Ecco allora che le performance di un concerto o di un concorso saranno un momento emozionale importante per tutti, che insegna a percepire e rispettare l’importanza dell’unicità.
Un coro, in quanto strumento che esprime la musica, ricerca la presenza emozionale nel flusso dell’interpretazione, raggiungendo la sua motivazione nel contatto con chi ha desiderio di ascoltare: l’espressività è un canale fondamentale per comunicare e trova la sua ragion d’essere proprio nella relazione tra interprete e ascoltatore.
Il lavoro musicale che si percorre nell’Associazione Artemusica con il maestro Carlo Beltramo – che da sempre insieme a me cura l’Accademia di Coro e Pianoforte – ha per scelta artistica un cammino che porta alla conoscenza e alla scoperta della musica attraverso un percorso “didattico circolare”: percezione, ascolto, codificazione, consapevolezza e trascendenza.
Il linguaggio musicale si fonde così con il linguaggio comunicativo che s’impara sin da piccini, dove l’ascolto apre alla conoscenza senza l’applicazione di regole precise (percezione e ascolto). A questo punto la codificazione si apprende come un elemento in più che ci permette di essere consapevoli di ciò che cantiamo o suoniamo. A conferma di ciò trascendiamo la scrittura astenendoci da possibili giudizi che potrebbero creare, da un lato, sfiducia in sé stessi o, dall’altro lato e in ugual misura, compiacimento narcisistico. L’obiettivo è quello di portare a compimento un lavoro musicale e artistico curando l’aspetto di relazione con il suono e con l’espressività: diversamente la comunicazione sarebbe arida e priva di contenuto emozionale.
Al di là di questi valori più propriamente emotivi, un elemento fondamentale che caratterizza un coro oltre al suono e all’interpretazione, è sicuramente la scelta del repertorio che, per me, è sempre stato un aspetto importante del mio insegnamento. Il repertorio deve affrontare forme di scrittura adatte al coro e che consentano modalità espressive caratterizzate da una corrispondenza tra lo stile proprio di un compositore e la sensibilità del coro stesso, creando, nel momento dello studio e dell’esecuzione, un ponte con l’interprete (direttore, coro e strumentisti) e il pubblico. L’aspetto tecnico e compositivo dei brani scelti non dev’essere banale, ma sempre interessante dal punto di vista dell’analisi formale e armonica dell’idea musicale, in modo da stimolare il direttore allo studio e alla ricerca del gesto e della partitura, e di esempio al coro per imparare a fraseggiare e a usare una vocalità adeguata alle diverse prassi esecutive.
Generalmente prediligo un repertorio che consenta un’esplorazione della letteratura storica sia musicale che poetica come conoscenza culturale ed esperienza di raffinatezza sonora. Insegnare ad amare l’arte significa scoprire la bellezza delle testimonianze antiche per guidare gli allievi a comprendere meglio quelle contemporanee, dando spazio all’espressività che forma gli animi e le coscienze. Il gusto estetico dei bambini si forma infatti assai presto e soprattutto senza preconcetti, dando spazio alla percezione e alla comprensione del brano che si canta indipendentemente dall’epoca in cui fu composto e dalle sue caratteristiche formali. Avvicinare i bambini alla musica di Palestrina, Mendelssohn e Schubert fino a Poulenc, Britten e Pärt, significa formare in loro il gusto del bello e di quella delicatezza espressiva che contraddistingue il percorso musicale. La responsabilità qui, è nelle mani dei maestri direttori che, attraverso lo studio, l’esperienza e la competenza, devono trovare il giusto modo per attivare nei coristi quel movimento della coscienza che animi le emozioni. Ecco il concetto già citato del cosa e del come si canta: se noi direttori siamo creativi allora il nostro coro sarà creativo a sua volta!
In questo modo, fin da bambini, ci si abitua a ricercare il suono intelligente, non convenzionale e la giovane voce allenata alla coscienza dell’ascolto si adatterà piano piano e con costanza ad affrontare il repertorio che unisce la maestria della scrittura alla nobiltà dell’espressione.
Un’esperienza interessante che trovo sempre stimolante e molto formativa è il contatto con il compositore nella musica contemporanea. Conoscere chi scrive ciò che scegliamo di cantare ci rende partecipi della partitura e svela la figura del musicista-compositore come persona e non come mito. L’evoluzione del linguaggio e delle armonie ci rendono curiosi e attivi alla ricerca di un repertorio che unisce il pensiero emozionale del compositore e dell’interprete.
D’altro canto, che cosa fa un compositore quando scrive, se non esprimere le proprie emozioni? Questo è dunque il nostro compito: relazionarci affinché possiamo dar vita alla sensibilità della scrittura. Credo che l’empatia tra elementi vibranti sia un valore importante e significativo nell’esperienza umana.
Il coro è uno strumento che ha queste potenzialità perché nella voce c’è l’unicità dell’anima e nell’espressività del gesto e dello sguardo di ogni direttore la possibilità di toccare elementi straordinari!
Ogni prova, ogni attimo di studio, ogni concerto diventa così per noi direttori di coro l’occasione per entrare in un flusso comune che ci porta ogni giorno ad apprezzare e a rinnovare la nostra missione nell’adoperarci affinché la musica sia davvero l’arte che rende l’estemporaneità un valore di presenza interiore.