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Il canto prima del canto
La voce dei genitori per i neonati prematuri

di Manuela Filippa
Laboratorio del Canto, Choraliter 70, maggio 2023

Le prime settimane di vita in ospedale per un neonato prematuro e la sua famiglia sono piene di dolore e incertezze. Accanto ai rischi legati a fattori medici (problemi di respirazione, termoregolazione e nutrizione, grandi rischi di infezione per il bambino) vi sono anche fattori ambientali che possono sfavorire o, al contrario, aiutare il neonato, quali per esempio il contatto o la separazione dai genitori. In questo contesto la voce dei genitori, parole o canto, può attivare nel neonato risposte di benessere, i cui meccanismi neurobiologici soggiacenti cominciano a essere compresi. Il contatto vocale precoce fra genitore e neonato prematuro diventa dunque strategia di cura, che ha effetti benefici non solo sul bambino ma anche su chi canta e parla per lui. 

Il neonato che viene alla luce prima del tempo è fin da subito esposto a numerosi rischi, di ordine medico e ambientale. Ci occuperemo qui di come sia possibile agire sull’ambiente di crescita e di sviluppo del neonato attraverso individualizzate e sensibili interazioni sensoriali, fatte di canto e di parola, in un contesto di intimità.
Come può la voce attivare risposte di benessere nel neonato prematuro? Esistono davvero effetti benefici misurabili? E quali sono i meccanismi neurobiologici sottostanti? Nell’ultimo decennio, con diversi gruppi di lavoro, tra cui la Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Parini di Aosta, l’Università della Valle d’Aosta e i ricercatori del Centro Interfacoltà per le Scienze Affettive dell’Università di Ginevra (Svizzera), abbiamo cercato di fornire alcune risposte a queste domande.
La voce, e in particolare la voce materna, costituisce per il feto prima, e per il neonato poi, uno stimolo sensoriale privilegiato, che il feto è in grado di distinguere da un’altra voce femminile e che il piccolo riconosce fin dalle prime ore di vita. La memoria uditiva di un neonato è già legata alle voci, ai suoni, più o meno complessi, che il feto ha ascoltato in particolare durante l’ultimo trimestre di gravidanza. Nel neonato, anche in uno stato di sonno, la voce materna attiva di preferenza le stesse aree del cervello che nell’adulto sono legate al linguaggio (lobo temporale posteriore sinistro), mentre una voce femminile estranea attiva prevalentemente le aree specifiche della voce, nel lobo temporale destro. Inoltre, questa singolare attivazione cerebrale in risposta alla voce materna è seguita nel bambino da una maggiore attivazione delle aree motorie centrali – come se volesse imitare, con la bocca, i suoni che sente: un primo indizio neurofisiologico del ruolo preferenziale della voce materna nell’acquisizione del linguaggio. Questi risultati contribuiscono a completare l’immagine di un neonato orientato fin da subito verso la voce della mamma e che, a partire da questa voce, costruisce il proprio apprendimento. È quindi facile capire che la privazione prolungata di voci significative, quali quelle dei genitori e l’eccessivo isolamento nell’incubatrice possano, a lungo termine, alterare lo sviluppo neurocognitivo e affettivo dei neonati.

Il canto e la parola stabilizzano il neonato e danno forma, struttura al suo comportamento

Il contatto vocale precoce, fatto di canto e di parola, è una strategia di cura che mira a ridurre l’impatto a lungo termine del ricovero in ospedale, a minimizzare gli effetti negativi della nascita pretermine e a promuovere lo sviluppo del bambino. Nell’ultimo decennio abbiamo misurato gli effetti della voce materna e paterna sui neonati in ospedale.
Le prime misure che abbiamo utilizzato sono state quelle fisiologiche: il respiro, il battito cardiaco, la quantità di ossigeno nel sangue. I primi risultati sono stati incoraggianti, perché quando la mamma parlava o cantava i neonati diventavano più stabili, respiravano meglio, avevano meno apnee o bradicardie e passavano più tempo in uno stato di veglia tranquilla. Il canto e la parola erano dunque in grado di modificare il comportamento del neonato, ma volevamo saperne di più. I protocolli richiedevano molto rigore: ad esempio, alle madri è stato chiesto di parlare o cantare senza toccare i loro bambini, per un periodo di tempo definito, a una distanza massima dall’incubatrice e abbiamo misurato l’intensità della loro voce per assicurarci che fosse udibile (più di 10 decibel sopra il rumore di fondo).
Il comportamento e le espressioni facciali dei neonati sono stati registrati su video e poi codificati ogni 0,5 secondi utilizzando un sistema sviluppato per questo studio dal team di Psicologia dello Sviluppo dell’Università di Ferrara, guidato da Marco Dondi e Damiano Menin, esperti nella codifica facciale dei neonati. Da questo lavoro è emerso che in presenza della voce della mamma il neonato apre più spesso gli occhi e compie più movimenti di autoregolazione, quali l’avvicinare la mano al viso. Questa ricerca ci ha anche permesso di capire che il canto e la parola non hanno esattamente lo stesso effetto sui neonati: quando la madre canta, c’è una predominanza significativa di movimenti ritmici della bocca del bambino – ad esempio, la suzione – mentre, quando la mamma parla, aumentano i movimenti non ritmici della bocca. Il numero di bambini analizzati è molto ridotto, ma il sistema di codifica è affidabile e speriamo di poter a breve condurre studi simili con una numerosità maggiore. Questa osservazione è in linea con i risultati già citati, secondo cui la voce della mamma attiva le aree motorie del cervello del bambino. Voce e movimento sembrano dunque essere legati fin dall’inizio della nostra vita.
Il parlato e il canto diretto hanno probabilmente diversi effetti, e forse funzioni, nella comunicazione tra i genitori e i loro neonati. Questa ipotesi è stata confermata da un altro studio multicentrico condotto con l’équipe di Fabrizio Ferrari dell’Ospedale Universitario di Modena. In questo studio abbiamo dimostrato che alcune settimane di contatto vocale prolungato fra genitori e neonati prematuri è in grado di migliorare la maturazione del sistema nervoso simpatico, misurato attraverso la variabilità della frequenza cardiaca. Non vogliamo qui scendere in dettagli troppo specifici, ci basti sapere che la variabilità cardiaca è un indicatore diretto del corretto funzionamento e della maturazione del sistema vagale del piccolo.
Aggiungiamo un altro dettaglio che ci mostri l’efficacia, possiamo dire il potere, del contatto vocale fra genitore e neonato. In ospedale, specialmente nelle prime settimane di vita, il neonato che nasce prima del tempo deve essere monitorato e controllato attraverso continui prelievi del sangue, che sono però per lui dolorosi e stressanti. In questa situazione, il trattamento con farmaci analgesici non può essere l’unica risposta. La maggior parte degli ospedali risponde oggi a questi bisogni e mette in atto interventi non farmacologici finalizzati alla riduzione del dolore. Molto spesso i prelievi sono fatti mentre il neonato è in contatto pelle-pelle con i genitori o comunque in una situazione di contenimento. Questi interventi non farmacologici hanno già mostrato la loro efficacia nel ridurre le reazioni al dolore. Ispirati da questo tipo di interventi, abbiamo voluto fare un ulteriore passo avanti nella nostra ricerca sugli effetti delle vocalizzazioni precoci sul neonato pretermine e abbiamo cercato di valutare se il contatto vocale precoce avesse effetti benefici sul dolore neonatale. Abbiamo chiesto alle madri di parlare e cantare ai loro bambini durante un esame clinico del sangue di routine, una volta al giorno per due giorni. La madre ha cantato o parlato prima dell’esame del sangue per sostenere il bambino durante la procedura e per confortarlo dopo. Abbiamo chiesto alle madri di non cantare o parlare durante un terzo esame del sangue; questa era la nostra condizione di confronto: il controllo.
Campioni di saliva del neonato e della madre, prelevati prima e dopo l’esame del sangue, ci hanno permesso di valutare i livelli di ossitocina endogena, cioè prodotta dall’organismo, nelle diverse condizioni, prima e dopo il prelievo di sangue. Va notato che l’ossitocina è nota per avere un notevole impatto sui comportamenti parentali e per il suo effetto neuroprotettivo contro le reazioni infiammatorie legate al dolore e allo stress. L’ossitocina viene rilasciata non solo durante le interazioni affiliative, ma anche durante le vocalizzazioni sociali nel modello animale, come nell’uomo. L’aumento dei livelli di ossitocina nel sangue ha effetti positivi anche sul comportamento sociale, sul dolore, sullo stress da separazione e sull’ansia. Nei modelli animali, i periodi di separazione tra la madre e i suoi cuccioli inducono una diminuzione delle cure materne e una concomitante alterazione della regolazione dell’ossitocina e di un ormone a essa correlato, la vasopressina. Infine, la separazione materna precoce interferisce con il sano sviluppo dei recettori dell’ossitocina in specifiche regioni cerebrali.

L’ipotesi che volevamo verificare nel nostro studio era che il canto e la parola materni potessero non solo ridurre il dolore del bambino, ma che questa riduzione fosse legata all’aumento dei suoi livelli di ossitocina.
Abbiamo anche ipotizzato che il solo fatto di cantare e parlare per il proprio bambino potessero portare a un aumento di ossitocina non solo nei neonati, ma anche nelle madri. I risultati ci hanno dato ragione e hanno confermato che la voce materna riduce il dolore dei neonati e che, soprattutto quando la madre parla – cosa che avviene marginalmente anche con il canto – i livelli di ossitocina aumentano nei neonati. Il fatto che il contatto vocale precoce aiuti a ridurre il dolore dei neonati e induca un aumento dei loro livelli di ossitocina ci fa sperare che venga presto incluso nelle cure analgesiche non farmacologiche per i neonati pretermine ospedalizzati.
Rimane una domanda: è troppo stressante per le madri essere presenti al momento del prelievo del sangue del loro bambino? O potrebbe essere altrettanto vantaggioso per loro? Per rispondere a questa domanda, abbiamo misurato i livelli di ossitocina salivare anche nelle madri dei neonati e abbiamo chiesto loro di compilare un questionario sullo stress. I risultati dello studio sono anche qui chiari: lo stress delle madri è diminuito e i loro livelli di ossitocina sono aumentati sia con il canto che con la parola. Il passo successivo sarà quello di comprendere i meccanismi cerebrali che regolano l’elaborazione corticale del dolore in presenza della voce materna, una linea di ricerca che abbiamo appena avviato con l’équipe di Pierre Kuhn, dell’ospedale di Strasburgo.

Effetti positivi dei neonati sui genitori

Inoltre, abbiamo scoperto che, se le vocalizzazioni dei genitori hanno effetti benefici sul bambino, i comportamenti di quest’ultimo hanno effetti positivi reciproci sulle voci dei genitori. Abbiamo misurato questo effetto prima di tutto sulle madri. I partecipanti al nostro esperimento erano venti madri a cui è stato chiesto di parlare e cantare con i loro neonati stabili in incubatrice. Abbiamo confrontato la qualità della voce (cantata o parlata) in due diverse condizioni: in presenza di un comportamento positivo del bambino, come gli occhi aperti e il sorriso.
I campioni vocali che abbiamo estratto mostrano che la voce materna diretta al neonato acquisisce caratteristiche acustiche più simili al motherese, il modo di parlare tipico dell’adulto che si rivolge al bambino, con toni più acuti, una maggiore variabilità delle altezze e delle intensità. Abbiamo fatto ascoltare a un gruppo di adulti questi campioni vocali nelle due condizioni (quando il bambino mostra o non mostra segni di interazione) e abbiamo scoperto che questi cambiamenti nella voce vengono percepiti dagli adulti come più ricchi di emozioni.
Quando attiviamo i comportamenti di cura parentale, quando incoraggiamo il contatto vocale e fisico tra genitore e bambino in momenti chiave dell’attaccamento, in particolare all’inizio della vita, emergono capacità inscritte in noi, che i nostri antenati hanno messo a punto nei secoli per la nostra sopravvivenza. Scoprire che la voce, fatta di canto e di parola, ha queste e altre infinite potenzialità, ci dice qualcosa di più su di noi e sul nostro essere orientati, fin da subito, ai legami vocali (e musicali, concluderebbe Colwyn Trevarthen) con i nostri simili.

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