Come ha scoperto il coro e quali sono state le sue esperienze più importanti?
Il coro non è stata una scoperta vera e propria. Cantare insieme è sempre stata una dimensione naturale della mia infanzia e della mia vita in famiglia, un modo di stare insieme e fare musica che per me era consueto e costante. Mio padre, oltre a suonare il pianoforte in casa, cantava in un ottetto vocale maschile e dirigeva un coro parrocchiale. Anche mia madre ci cantava e in qualche modo anch’io, ancora prima di nascere, almeno così mi piace pensare. L’esperienza che mi ha davvero segnato è stata la conoscenza di Marco Berrini: mi ha aperto un mondo. Grazie a lui ho intravisto cosa significasse fare coro a livelli molto alti, con serietà e professionalità. Con mia grande sorpresa, alla mia richiesta di consigli su cosa fare per diventare direttore, lui mi ha incoraggiato a continuare a cantare. Mai consiglio fu più saggio e lungimirante! L’altra esperienza che mi ha cambiato (e sconvolto) la vita è stata la partecipazione al Coro Giovanile Italiano. È stato un corso accelerato di direzione, vocalità, tecniche di memorizzazione, gestione dello stress da performance, self management, public relations, e chi più ne ha più ne metta. Non posso però dimenticare ciò che mi ha dato le basi e mi ha formato nel vero senso della parola: il corso di pianoforte con Elisa Marion a Castelfranco Veneto, in conservatorio. Bei tempi…
È anche un logopedista. Crede che nel mondo corale italiano ci sia un’adeguata cura e consapevolezza verso lo strumento voce?
È difficile generalizzare. Tuttavia, con mia grande sorpresa, sento girare frequentemente consigli o rimedi per curare, preservare, allenare o potenziare la voce che non hanno a mio parere nessuna base scientifica e non fanno riferimento a nessuna conoscenza anatomofisiologica, figuriamoci fisiopatologica. Girano ancora troppi “rimedi della nonna” che direttori o vocal coach preoccupati e inermi spacciano ai poveri coristi rauchi, fonastenici o, peggio, afoni senza un criterio vero e proprio. Spesso mi capita la richiesta di consulenza urgente con due righe in WhatsApp, magari poco prima di un concerto, come se un malato di gastrite chiedesse a un gastroenterologo con due righe di messaggio come risolvere il proprio problema aspettandosi una cura istantanea. La voce è solo la punta dell’iceberg “corpo”, e i problemi che la affliggono possono essere affrontati mediante soluzioni complesse, che richiedono profonda formazione e conoscenza, e, se non la si possiede, profondo rispetto per il professionista sanitario che può offrire la propria consulenza. Ritengo però che ci siano pochi logopedisti adeguatamente formati in ambito vocale artistico, il che ovviamente complica molto la situazione.
Da poco si è trasferito a Monaco di Baviera, dopo aver ottenuto tramite audizione il posto di direttore di coro e formatore vocale presso il Tölzer Knabenchor. Come è cambiata la sua vita musicale?
Ora ho un contratto a tempo pieno e indeterminato, mentre in Italia ero freelance. Cosa è davvero cambiato? Ho un lavoro stabile, un trattamento economico rispettabile, il livello e la qualità musicale sono molto alti, lavoro spesso in grandi teatri e sale da concerto a contatto con i grandi nomi della musica classica. Se mi ammalo sono tutelato. Ho la possibilità di mettere a frutto tutti i miei talenti e le abilità che ho acquisito con i miei studi (pianoforte, canto, direzione, logopedia) in una realtà unica. Vivo in una società in cui la professione del musicista e del didatta è altamente rispettata, in particolare nel coro in cui lavoro. Insegno, suono e dirigo quotidianamente i grandi capolavori della musica classica. Ovviamente ci sono anche i lati negativi: gli straordinari si accumulano; spesso bisogna essere pronti a sostituire all’ultimo minuto un collega in un concerto o in una prova; all’inizio bisogna imparare tonnellate di repertorio in poco tempo. Non c’è mai tempo da perdere: lavorare con i bambini e i ragazzi richiede velocità, moltissima energia, prontezza e grinta, e molta, moltissima pazienza. Inoltre, per chi come me deve partire da zero con il tedesco, il lavoro già abbastanza impegnativo diventa a volte estenuante, soprattutto quando hai a che fare con chi parla con un forte accento bavarese.
Che differenza ha trovato nel trattamento delle voci bianche tra Italia e Germania?
I didatti e direttori italiani che conosco personalmente e con cui ho avuto modo di interfacciarmi hanno, tutti con metodi diversi, gli stessi obbiettivi che abbiamo noi al TKC: insegnare ai bambini il canto mediante il divertimento, portandoli a conoscere e amare la musica tramite esperienze formative, musicalmente valide e di alto livello. La differenza fondamentale sta nel repertorio e nei luoghi dove esso viene cantato. I nostri solisti cantano il repertorio operistico solistico scritto per voce bianca senza microfono in teatri e sale da concerto molto grandi, e questo implica che l’emissione debba essere adeguata al luogo e alla massa orchestrale del caso. Ciò comporta disciplina e allenamento costante sia personale che con il proprio Stimmbildner (letteralmente colui che costruisce la voce), proprio come per i giovani atleti agonisti. Il metodo del fondatore Gerhard Schmidt-Gaden in fondo si basa sul belcanto italiano: ciò che noi insegniamo è esattamente quello che i cantanti imparano in conservatorio, ovviamente adattato all’età dei nostri piccoli allievi.
Quali sono le routine di prova di questo importantissimo coro?
Ogni prova dura due ore, due prove a settimana. A ogni prova i cantori devono arrivare con dei compiti preparati a casa. Circa mezz’ora viene dedicata al riscaldamento e alla tecnica vocale corale. Questo è il momento più importante, in cui vengono ripresi e insegnati esercizi di tecnica che i bambini poi perfezionano con il proprio Stimmbildner e che servono a portare l’attenzione sul corretto uso del fiato, la corretta apertura della bocca, la tensione delle labbra, l’ampiezza della gola, la postura, la rilassatezza di collo e spalle e l’energia nel basso ventre e in fondo alla schiena. Il resto del tempo si prova a sezioni, a seconda del bisogno, oppure a ridosso dei concerti si prova tutti insieme. Ogni prova è gestita quasi sempre da due direttori che invertono i ruoli costantemente: mentre uno aiuta i cantori a mantenere la concentrazione, l’altro suona e dirige, o altre combinazioni a seconda della necessità. Le frequenti “audizioni” che vengono fatte durante le prove sono molto importanti per l’apprendimento e il mantenimento della concentrazione: lasciando cantare il cantore più preparato o più dotato si innesca un circolo virtuoso in cui tutti vogliono dimostrare di poter cantare altrettanto bene. Inoltre, ripetendo più volte lo stesso passaggio con un solo cantore alla volta, o con due o tre solisti nel caso di un passaggio polifonico, esso viene appreso anche da chi non era abbastanza preparato, e con un’impostazione vocale ottimale. L’imitazione è quindi un principio basilare, ed è questo il motivo per cui anche tutti i direttori di coro devono avere una solida formazione vocale.
Che repertorio esegue il Tölzer Knabenchor? Quanto questi ragazzi sono autonomi nello studio della parte?
Il fondamento della formazione tecnica e vocale dei cantori è l’opera di Bach, in particolare i suoi mottetti. Per accedere al coro da concerto è necessario conoscere perfettamente i due mottetti Lobet den Herrn e Singet dem Herrn. Ogni anno vengono inoltre eseguite le passioni e gli oratori (di Natale in particolare). Non mancano poi Schütz, Mozart, Haydn, Mendelssohn, Orff, Britten, Bernstein, e praticamente tutto ciò che è stato scritto per voce bianca in ambito operistico, a partire dalla pietra miliare del coro: i 3 Knaben dalla Zauberflöte di Mozart. I piccoli cantori iniziano a imparare il primo terzetto del capolavoro mozartiano già dai 7 anni, mentre il terzo, il più impegnativo, è materia d’esame per l’accesso al coro da concerto, in cui si entra intorno ai 9 anni. L’altro lato della medaglia, altrettanto importante e caratteristico, è il repertorio popolare in tedesco e in dialetto bavarese e tirolese, da cantare rigorosamente in vestito tradizionale: nel coro da concerto ogni cantore deve conoscere a memoria almeno una cinquantina di canzoni popolari tutte a tre voci, con tanto di Jodler con svariate combinazioni di sillabe. Tutto il repertorio che il coro canta è stato registrato e caricato nella nostra app, a cui ogni famiglia ha accesso. Nella app vengono caricati ogni settimana i compiti da svolgere a casa e le registrazioni delle lezioni di canto con il proprio Stimmbildner. Fra i 6 e gli 8 anni i cantori ricevono una formazione musicale di base, basata su un metodo creato ad hoc, che li aiuta a leggere da soli la musica. Inoltre molti dei coristi studiano uno strumento. Direi che l’autonomia è totale.
In quanto musicista, cantante e logopedista, c’è qualcosa che non bisogna assolutamente fare con la voce bianca?
Far cantare al bambino repertorio non adatto alla sua età e chiedere alla voce uno sforzo senza un allenamento adeguato e strutturato. Aggiungerei anche andare di fronte ai piccoli cantori senza una solida preparazione vocale: ogni esempio vocale tecnicamente errato verrà appreso e registrato con una velocità che solo i bambini hanno, e questo è un rischio per la loro salute vocale.
Perché ritiene che il parlare di vocalità infantile sia spesso considerato un tabù in Italia?
Non credo sia un tabù, tuttavia il problema rimane quello citato in precedenza: ci sono pochi esperti (foniatri e logopedisti) in vocalità infantile disposti a o in grado di interfacciarsi con i direttori e formatori che se ne occupano, e molti direttori che, in assenza di un interlocutore adeguato, si sono arrangiati in qualche modo, dimenticando che i problemi della voce, sia di tipo organico che di tipo psichico, sono problemi medici e vanno affrontati con la consulenza e l’intervento dei professionisti sanitari di riferimento. Fortunatamente alcuni colleghi già da anni collaborano con foniatri, logopedisti e psicologi per assicurarsi che la salute vocale dei propri piccoli cantori sia sempre ottimale.
Il più grande pregio del vivere a Monaco e la più grande mancanza nell’aver l’Italia lontana.
La più grande mancanza: non avere la possibilità (logistica e temporale) di seguire progetti musicali a cui tenevo molto e che ho dovuto abbandonare. Due grandi pregi: aver avuto la possibilità di ottenere un lavoro mediante un’audizione in cui ho potuto dimostrare chi sono veramente e vivere in una delle capitali della musica e della cultura in Europa.
Un desiderio per il futuro?
Dedicarmi stabilmente anche a un ensemble vocale di adulti con cui poter affrontare la grande letteratura vocale del Novecento e contemporanea, senza dimenticare il mio grande amore: la musica rinascimentale e barocca. Sogno dei sogni: concertare e dirigere il Vespro di Monteverdi.