L'instancabile emozione di un gioco creativo
Intervista a Ivo Antognini

di Manolo Da Rold
Dossier compositori, Choraliter 52, gennaio aprile 2017

Le composizioni corali di Ivo Antognini sono eseguite in tutto il mondo dai cori più importanti; le più rinomate case editrici come Alliance Music Publication, Walton Music, Boosey & Hawkes, Edition Peters, Hal Leonard fanno a gara per pubblicare i suoi lavori. O Magnum Mysterium è un’opera eseguita in cinquantuno nazioni. Da molti anni l’amicizia che lega Ivo Antognini alla mia persona e le nostre rispettive famiglie è fonte di ispirazione e di collaborazione artistica per tanti bei progetti ed è per me una gioia immensa poter presentare questo grande amico compositore alla coralità italiana.

Caro Ivo, tu abiti nel Canton Ticino in un piccolo paesino che si chiama Aranno; sei sempre stato lì? Dove ti sei formato musicalmente? 

Sono nato a Locarno, in Ticino, al sud delle Alpi svizzere. Da più di un ventennio abito ad Aranno, un piccolo villaggio collinare, tranquillo e silenzioso. I miei studi musicali li ho svolti in Ticino, ma per gli esami ho dovuto spostarmi nella svizzera tedesca; a Zurigo per gli esami d’ammissione, a Winterthur per le materie teoriche e a Lucerna per la parte pratica e pedagogica. Tutto ciò perché il conservatorio di Lugano, che allora si chiamava Accademia Artistica Malcantonese, non aveva ancora la facoltà di rilasciare diplomi riconosciuti a livello federale. 

Cosa ti ha spinto a scrivere musica e quali sono stati i tuoi primi lavori? 

Il mio approccio con il pianoforte, regalatomi da mio padre quando avevo otto anni, è stato di tipo esplorativo-compositivo. In pratica i primi brani che ho suonato… erano miei. La tastiera mi ha sempre affascinato per la possibilità che offre di combinare i suoni, creando accordi dai mille colori. L’armonia è la mia passione, è ciò che mi interessa maggiormente della musica. Ho iniziato componendo brani pianistici per poi sperimentare la musica da camera, soprattutto durante gli studi al conservatorio, dove potevo “sfruttare” i miei compagni. 

Leggo con interesse il fatto che hai scritto colonne sonore, faccio una piccola divagazione chiedendoti in questo specifico ambito che ruolo ha la musica corale e se gli spazi possono essere maggiori di quelli che ci sono attualmente. 

Quando un regista decide di inserire un brano corale o vocale in una scena di un film, significa che quella scena è davvero importante. Le colonne sonore solitamente non si impongono, ma servono a colorare le scene, a dare il giusto carattere. Un coro che canta lo immagino in una scena particolarmente drammatica o malinconica. O forse anche comica, con un brano buffo. La voce umana suscita emozioni vere e forti, per questa ragione, probabilmente, ha uno spazio limitato nell’ambito della musica da film. 

Da quello che intuisco il tuo incontro con la musica corale è avvenuto relativamente tardi, ci puoi raccontare quando è successo? 

Vorrei fare una precisazione: da giovanissimo ho suonato e cantato in diverse corali. Ho persino formato un coro di voci bianche (che ha avuto vita breve). Malgrado queste incursioni nella musica corale non è mai scattata la vera scintilla. Finché, nel maggio del 2006, Mario Fontana, direttore e fondatore del Coro Calicantus, riusci a convincermi, dopo tanti tentativi falliti, ad andare a un concerto del suo coro di voci bianche. Non mi aspettavo nulla da quel concerto e invece fu un colpo di fulmine, mi emozionai tantissimo e sentii sulla mia pelle la commozione del pubblico. 

E poi quali sono state le conseguenze di questo colpo di fulmine? 

Dopo il fatidico concerto, dissi a Mario Fontana che mi sarebbe piaciuto scrivere un brano per loro, subito! Lui mi confido che non aspettava altro e quindi iniziai immediatamente a comporre il primo di tanti brani che avrei in seguito scritto per il Coro Calicantus. É stata una magnifica collaborazione, la nostra; siamo cresciuti assieme, loro come coro e io come compositore. Abbiamo vissuto dei momenti indimenticabili, penso soprattutto all’esperienza al World Symposium on Choral Music a Copenhagen, nel 2008. Per me si trattò della prima avventura in un contesto internazionale e fu un successo davvero incredibile, di pubblico e di critica. Gli editori, dopo le esecuzioni del Calicantus, mi fermavano per domandarmi se volessi pubblicare i miei brani con loro. Molti direttori mi chiedevano le partiture e alcuni si facevano perfino fotografare con me… Mi sembrava tutto così sorprendente ed esagerato e invece era solo l’inizio di una bellissima storia. Sempre a Copenhagen successe che un compositore inglese piuttosto rinomato e molto abile, un certo Andrew Carter, mi confesso che era bello ciò che scrivevo, ma aggiunse che avrei dovuto provare a scrivere per coro misto in modo tale da espandere e sviluppare le armonie dei miei brani. Capii presto che probabilmente tutti i torti non li aveva. Perciò, ritornato in patria dopo il viaggio in Danimarca, composi il mio primo brano per coro misto: Ave Maria a sei voci. Ma, ahime, non avevo a mia disposizione un coro misto dello stesso livello del Coro Calicantus e quindi trascorsi alcuni giorni su YouTube alla ricerca del mio coro ideale. La scelta cadde su un ensemble inglese, i Polyphony diretti da un certo Stephen Layton, che non avevo mai sentito nominare, vista la mia ignoranza per quanto riguarda i cori misti. Però una cosa era certa: si trattava di un coro straordinario! Purtroppo non trovai l’indirizzo personale di Layton su internet per cui scrissi alla sua manager, chiedendole se poteva fargli pervenire la mia Ave Maria con una bella lettera annessa. Con mia grande sorpresa, Layton rispose un paio di settimane più tardi, dicendomi che il brano gli era piaciuto e che lo avrebbe eseguito con uno dei suoi cori alla prima occasione. E cosi fece, ma disgraziatamente me lo disse solo a fatti avvenuti. Ci sarei andato a piedi… Per mia fortuna in seguito ho avuto altre occasioni di vedere i suoi fenomenali Trinity College Choir di Cambridge cantare le mie composizioni. Nel 2014 Layton mi invitò al College per la prima inglese del mio Lux aeterna. Trascorsi due giorni davvero speciali all’interno del Trinity College, un luogo d’altri tempi, avendo la possibilità di conoscere meglio Stephen Layton, un musicista eccelso e un uomo dalla curiosità di un bambino di cinque anni. Ascoltare i suoi coristi dal vivo è un’esperienza acustica impressionante che auguro a tutti. Nel 2015 ebbi anche l’onore di comporre un brano per questo favoloso coro in occasione del millecinquecentesimo (!) anniversario dell’Abbazia di Saint Maurice, nella Svizzera Romanda. Posso dire che dopo l’esperienza a Copenhagen con il Coro Calicantus è stato tutto un percorso in discesa. A volte non mi capacito ancora che la musica che scrivo venga cantata in tutto il mondo da cori rinomati. É una bella sensazione che pero mi carica anche di una grossa responsabilità. 

Quali sono le personalità musicali che hanno segnato particolarmente la tua vita di compositore? 

Durante gli studi al conservatorio sono stato fortunato ad avere un insegnante di armonia che era anche un ottimo compositore, Paul Glass, il quale ha saputo darmi i giusti consigli nel momento opportuno. In gioventù ho ascoltato migliaia di volte gli LP di Al Jarreau, un cantante dalla voce incredibile che si avvaleva di un arrangiatore sublime, Jay Graydon. Il ripetuto ascolto di questi capolavori della musica “leggera” ha sicuramente influenzato il mio modo di comporre, soprattutto per quanto riguarda l’armonia. Purtroppo, una macabra coincidenza vuole che alcune ore dopo aver scritto queste righe ho appreso della scomparsa di Al Jarreau. Riposa in pace, Al! Essendo un compositore autodidatta non ho avuto un maestro in carne e ossa; ma se c’e qualcuno dei grandi del passato che devo ringraziare, questo è Johann Sebastian Bach, che per me rimane un modello di perfezione musicale. Bach ha la capacità di portarti in paradiso dopo pochissime battute, la sua musica e un elisir. Ho imparato tantissimo anche ascoltando le sinfonie di Beethoven; la potenza del ritmo che i suoi brani sprigionano è sorprendente. Pure la musica di Maurice Ravel mi ha spesso ispirato; il suo gusto nell’orchestrazione è squisito e le sue armonie sono uniche e incantevoli. 

Una celebre rivista corale ti ha definito “The Pigiama Composer”; puoi spiegarci questa simpatica dicitura? 

Manolo, tu sai che per me il silenzio assoluto e la solitudine sono due condizioni imprescindibili per poter creare. Il mattino presto è perciò il momento ideale per praticare la composizione. Mi alzo ogni giorno verso le 5.30 e, ancora in pigiama, salgo in mansarda, indosso le mie belle cuffie, seleziono sul pianoforte digitale il suono che preferisco e… il gioco magico può avere inizio, ma solo fino alle sette, finché moglie e figli cessano di dormire. Mi sveglio sempre con l’emozione di poter fare questo gioco creativo che non mi stanca mai. Se dovessi pubblicare delle foto realistiche della mia persona alle prese con matita e foglio pentagrammato, queste mi vedrebbero inevitabilmente ritratto in pigiama!

Cosa deve avere a tuo avviso una composizione corale per essere ritenuta interessante e bella? 

Deve avere qualcosa di speciale, di originale. Non è facile trovare nuove soluzioni nelle composizioni per coro. Si rischia sempre di cadere nel déjà vu. Interessante e bello non per forza devono andare a braccetto. Un brano può essere bello anche se non ti sorprende con effetti speciali o trovate geniali. Pero qui stiamo parlando di concetti molto soggettivi; ciò che io ritengo bello per un’altra persona può non esserlo e ciò che per me e interessante può risultare noioso per qualcun altro. Bello per me significa che ho a che fare con un brano che mi suscita delle emozioni, mi fa venire la pelle d’oca. Il fatto di essere interessante riguarda invece la sfera cognitiva. 

Con quale criterio scegli il testo su cui poi scriverai la tua musica? Ed esistono degli elementi strutturali armonici o melodici che contraddistinguono lo “stile Antognini”? 

Ho nel mio computer una cartella che contiene un gran numero di testi sacri e di poesie che mi piacerebbe mettere in musica, prima o poi. La scelta è semplice quando testo e musica nascono contemporaneamente. A volte, invece, si deve trovare il giusto testo per una musica che è già scritta; e allora bisogna adattare e rivedere il ritmo della musica e questo e un lavoro più complesso. Se invece si parte da un testo prestabilito e il testo stesso a essere fonte d’ispirazione. Il suono del testo, i suoi accenti, il suo ritmo intrinseco e il suo significato mi possono ispirare e dunque tutto risulta più naturale e più semplice da realizzare. Per quanto riguarda la seconda domanda, credo di avere (anzi, ne sono certo!) il mio stile personale, che è il risultato di tutte le esperienze musicali avute in passato. Questo non significa che i miei brani sono tutti simili, al contrario, possono essere molto differenti fra di loro. Però ritengo di avere una maniera particolare di collegare gli accordi che è sicuramente il mio marchio di fabbrica. A proposito delle mie melodie direi che sono piuttosto “romantiche”, mi piace che siano molto cantabili senza essere scontate e totalmente prevedibili. Ma credo che lo “stile Antognini” sia determinato dalla coazione di molti elementi; il ritmo, l’armonia, il ritmo dell’armonia, la melodia, il contrappunto e la forma. 

Ci racconti i tuoi rapporti con la coralità italiana? 

Se fino a cinque anni fa i miei rapporti con la coralità italiana erano praticamente nulli, constato che stanno nascendo delle belle collaborazioni. Sempre più cori italiani si avvicinano alla mia musica; ciò mi riempie di gioia e mi fa ben sperare per il prossimo futuro. Senza dubbio, il nostro incontro, nel 2012 è stato decisivo. Ricordo il tuo entusiasmo per la prima italiana del mio O magnum Mysterium con la tua Corale Zumellese e la prima mondiale del mio O filii et filiae. Ho anche nel cuore l’invito, lo scorso novembre, alla tua Rassegna internazionale di canto corale dove ho potuto finalmente tenere una conferenza sulla mia musica in lingua italiana! Negli ultimi tre anni sono pure stato invitato in giuria nei concorsi corali e di composizione della penisola. E certamente, il fatto di essere intervistato su una bella rivista come Choraliter è per me motivo di grande soddisfazione! 

Quali sono le tappe che reputi più importanti nella tua carriera di compositore? 

Beh, sicuramente il momento in cui ho deciso di prendere in mano le redini della mia vita musicale è stato fondamentale. Avevo trent’anni ed ero un pianista jazz. Nello spazio di un giorno ho mollato tutto; ho capito che il fatto di andare in giro a suonare non era qualcosa che mi faceva star bene. Ovviamente questa mia decisione non è stata ben digerita dai componenti della band… Ma tant'è. Il giorno dopo la fatidica scelta, passeggiando per le viuzze del paese dove abitavo, ho incontrato un simpatico signore che ho scoperto essere un regista televisivo. Dal nostro incontro è nata una collaborazione lunga e proficua che mi ha introdotto nel mondo della musica per l’immagine. É stata una grande scuola, la musica da film: ho imparato come creare le giuste emozioni con pochi suoni, come caratterizzare in modi differenti la stessa melodia. Un’altra tappa importantissima e sicuramente l’incontro con Mario Fontana e il suo meraviglioso Coro Calicantus: è stata la rivelazione di un nuovo e affascinante mondo musicale. Sono anche convinto che il fatto di avere conosciuto personalmente e aver avuto un rapporto privilegiato con un direttore del calibro di Stephen Layton mi abbia dato una grande fiducia nei miei mezzi. Nell’ultimo anno ci sono stati due eventi cruciali nella mia carriera di compositore: un concerto dedicato interamente alla mia musica corale al Lincoln Center di New York nel marzo del 2016 e la prima mondiale del mio brano A prayer for Mother Earth per soprano, due cori, orchestra d’archi e pianoforte alla Carnegie Hall, sempre a New York, nel maggio dello scorso anno.

Che consigli daresti a un giovane che vuole iniziare a scrivere musica per coro? 

Prima di tutto gli suggerirei, se già non è il caso, di cantare in un coro, possibilmente di qualità. Collaborare con un direttore sarebbe una grossa opportunità per imparare dai propri errori. Ascoltare brani di compositori del passato e compositori contemporanei potrebbe essere di grande ispirazione. Frequentare workshop di composizione, andare a concerti, non rimanere chiusi nella propria camera a comporre! E poi, quando si pensa di essere pronti per il grande salto nel vuoto, partecipare a concorsi di composizione. Una buon’idea sarebbe quella di portare personalmente alcuni brani a direttori che si stimano. E se son rose, fioriranno! 

Raccontaci qualche anteprima sui tuoi lavori o sui tuoi progetti! 

Ho appena terminato Laudate Dominum che ho scritto per un coro americano, il quale saraà in tour a inizio luglio in Italia (Assisi-Roma). Viaggerò con loro, che eseguiranno diversi miei brani. Amo molto queste esperienze perché fanno si che si crei un’energia particolare tra il direttore, il coro e il compositore. A inizio marzo uscirà il primo CD completamente dedicato ai miei lavori corali. Brady Allred e i suoi Salt Lake Vocal Artists, uno stupendo coro professionale, hanno accettato la sfida di registrare diciassette mie composizioni: sono molto emozionato e onorato per tutto ciò. A maggio sarò al Festival Svizzero dei Cori Giovanili, che quest’anno avrà luogo a Lugano. Per l’occasione ho scritto otto brani su testi di una poetessa romanda che verranno cantati da un coro di trecento giovani, accompagnati da violino, violoncello e pianoforte. Inoltre c’è una bella lista di composizioni che mi aspetta, per i prossimi due anni. Non avrò certo modo di annoiarmi… 

Grazie di cuore per questo tuo prezioso contributo! 

É stato un piacere, caro Manolo. Tra l’altro noi ci vedremo in aprile per la prima mondiale del mio Angele Dei con la tua Corale Zumellese nell’Antica Abbazia di San Pietro a San Bonifacio. Grazie a te e un carissimo saluto a tutti i lettori di Choraliter!   

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