Sognavo di diventare un cantante
Intervista a Giorgio Susana

di Rossana Paliaga
Dossier compositori, Choraliter 54, gennaio 2018


Giorgio, leggo sul tuo sito: «pianista, compositore, direttore di coro e orchestra». Si tratta di un ordine preferenziale, o sono ruoli che stanno sullo stesso piano?

Eh, bella domanda. Non credo di averli scritti seguendo un ordine preferenziale ma piuttosto seguendo l’ordine cronologico della mia formazione musicale. Mi spiego meglio: la mia prima esperienza con la musica è stata cantando in un coro di voci bianche in chiesa e poi come solista. Sin da bambino sognavo di diventare un cantante. Poi ho scoperto l’organo della chiesa, le infinite possibilità timbriche, polifoniche e armoniche di tutti gli strumenti a tastiera. Ho abbandonato così un po’ alla volta, crescendo e con la muta della voce, il mio sogno di diventare un cantante dedicandomi invece allo studio serio del pianoforte e dell’organo. Da qui le mie prime composizioni e il desiderio di utilizzare la mia voce per trasmettere agli altri gli intrecci polifonici della musica, per assemblare le voci con gli infiniti colori e sfumature che esse possiedono: ed è così che è nato il forte desiderio di dirigere un coro e, sulla scia della direzione corale, anche l’orchestra. Oggi, dopo molteplici esperienze come pianista in giro per il mondo e con artisti di ogni genere, mi sento sempre meno un pianista e sempre più un compositore e direttore. Come pianista suono oggi stabilmente con il Dedalo Trio formato da voce, pianoforte e percussioni, in cui re-inventiamo, arrangiandoli a modo nostro, brani di svariati generi. 

Ho letto anche, che ti definisci “musicista eclettico”. Mi chiedo, se questa prerogativa abbia una ricaduta sul tuo profilo di compositore. Insomma, esistono, nella tua scrittura musicale, fattori peculiari di riconoscibilità stilistica, che ti identificano; oppure, nelle tue opere, prevale la fusione di elementi derivati da bagaglio formativo, affinità, predilezioni, suggestioni catturate esternamente?

Credo che ogni compositore, di ogni epoca e stile, porti con sé il suo bagaglio formativo e le suggestioni catturate esternamente. A volte, proprio a causa di ciò e in maniera istintiva, certa musica che un compositore scrive assomiglia a qualcosa di già sentito. La mia musica ha sicuramente una riconoscibilità stilistica: gli artisti e le formazioni musicali che eseguono le mie composizioni la riconoscono. Ciò nonostante credo che ogni mia composizione sia diversa dall’altra per la situazione in cui nasce, per la destinazione che essa avrà e soprattutto per l’ispirazione dettata dal testo, nel caso di musica vocale. Non mi sono mai posto limiti negli stili che affronto nelle più svariate richieste di nuove composizioni, proprio perché credo nella totalità della musica e sono convinto che non vi sia un confine netto tra i generi e le epoche che l’hanno generata.

La tua produzione comprende molti brani corali, e, per una parte significativa, lavori teatrali (oratori, fiabe musicali e musical). Cosa ti stimola a dedicarti a questo genere? Ascendenti storico-letterari, il coinvolgimento nelle situazioni drammaturgiche, la ricerca di una comunicativa immediata presso il pubblico?

Sono sempre stato attratto e affascinato dalla relazione testo-scena-musica e da tutte le combinazioni che da ciò possono scaturire. Adoro l’opera lirica, il musical, le colonne sonore dei film e tutte le situazioni artistiche che prevedono una progettualità e un’unitarietà di intenti. Unire insieme le varie arti, come la musica, la pittura, la recitazione, la fotografia, le immagini in generale con un racconto o una storia che ne faccia da sottofondo (sulla scia della filosofia wagneriana denominata Gesamtkunstwerk) è una cosa in cui credo molto. Sento sempre più l’esigenza di abbandonare la formula ripetitiva presentazione-brano-applauso in luogo di progetti che catturino l’attenzione del pubblico a tal punto da immedesimarlo. Ciò evita che gli applausi di rito interrompano la magia dell’ascolto, giungendo solo all’applauso conclusivo colmo di carica emotiva. Questa convinzione mi ha indotto, in talune circostanze, a propormi come autore di fiabe musicali per bambini, musical, oratori o opere liriche. Certo, sono lavori che richiedono un certo impegno, tempi lunghi di realizzazione e tantissime energie rispetto alla scrittura di un singolo brano che può essere ripetuto infinite volte anche da più formazioni, diventandone parte dei rispettivi repertori. Tuttavia, mi sento di affermare che la soddisfazione di veder realizzato un progetto ambizioso supera di gran lunga quella derivante dalla consapevolezza che un mio brano faccia parte del repertorio di un coro. Ho avuto la fortuna di veder realizzati progetti meravigliosi che mi hanno coinvolto, come compositore e direttore, a fianco di registi pieni di idee geniali e in situazioni prestigiose. E anche in questi ultimi mesi sto lavorando con Andrea D’Alpaos alla scrittura di un nuovo musical che andrà in scena al Teatro Goldoni di Venezia nel prossimo mese di maggio. 

Non mancano, tra i titoli del tuo catalogo, le trascrizioni per coro. Dalle elaborazioni di canti tradizionali, agli arrangiamenti di brani pop. Soprattutto la trasposizione corale di questi ultimi richiede il ricorso a particolari tecniche e strategie (penso alle specificità ritmiche, timbrico-vocali e armoniche degli originali). Qual è il tuo approccio in merito?

lI mio approccio alla trascrizione di brani di musica popolare o pop è piuttosto tradizionale. Non amo molto gli arrangiamenti per gruppi vocali in cui le voci imitano gli strumenti. Non mi attrae scrivere usando questi effetti anche se non posso nascondere che la resa sonora è di notevole impatto e colpisce chi l’ascolta. Per me le parti di un brano corale, sia esso una composizione originale o un arrangiamento, devono essere sempre e comunque cantabili. Anche usando creativamente la scrittura tradizionale, il contrappunto e le stesse parole del testo (i fonemi, le consonanti presenti nelle parole, per esempio) si possono ottenere effetti ritmici davvero sorprendenti. In ogni caso non sono convinto che tutta la musica di qualsiasi genere e stile possa essere trascritta per coro. E in tal senso mi sono sempre rifiutato di scrivere arrangiamenti di musica o canzoni che non sento adatti per un coro. 

Da tempo assistiamo a una sorta di adattamento dei cori italiani a fac-simile di cori anglosassoni e del Nord Europa. Un allineamento che investe il colore sonoro, i repertori, l’idea stessa di coro come mezzo espressivo. Basti citare il dilagare nei programmi dei nostri cori di autori quali Rutter, Gjeilo, Miškinis, Whitacre, Lauridsen… Valuti positivamente questa tendenza crescente? Giudichi che sia in atto un processo di apertura, o di sudditanza culturale, dovuto all’impoverimento della nostra creatività?

Trovo che molti di questi compositori, che hai citato, siano stati molto abili nell’aver catturato l’attenzione del grande pubblico mediante i cori e la musica corale. Non a caso le loro musiche sono sovente accompagnate da ottime e suggestive esecuzioni, immortalate in affascinanti video o registrazioni. Detto ciò amo alcuni loro brani – io stesso li eseguo con i miei cori – e ritengo valido il loro stile e il loro modo di esprimersi. Diffido invece dai compositori imitatori anche se riconosco che in ogni epoca tutti gli artisti abbiano seguito, imitando o facendolo proprio, le mode del tempo per avere successo e poter lavorare. Credo sia difficile, oggi, trovare la propria “originalità” e “personalità” ma non per questo si può tollerare l’imitazione spesso spudorata. Lo dicevo anche prima: siamo troppo condizionati da tanta musica e soprattutto ci lasciamo facilmente suggestionare da tanti “specchietti per le allodole” creati come trappole per attirare l’attenzione degli ascoltatori. Personalmente non ho mai voluto imitare quei compositori e ho eliminato sul nascere certa mia musica che ricordava qualcosa di già sentito. Ho sempre cercato di scrivere musica che per prima cosa piaccia a me, mi diverta e mi emozioni.Infine, non credo ci sia un impoverimento della nostra creatività quanto piuttosto una visione distorta di ciò che un compositore dovrebbe essere. Il successo artistico o commerciale stuzzica la golosità a tutti e spesso, purtroppo, questi diventano gli obiettivi primari quando ci si accinge a scrivere qualcosa di nuovo. 

Il doppio ruolo di compositore-direttore ti agevola nella realizzazione fedele e scrupolosa delle tue partiture. Immagino, invece, che tu abbia avuto esperienze diverse, quando sono stati altri a eseguire le tue musiche. Avrai sperimentato, probabilmente, esiti sorprendenti, convincenti, meno soddisfacenti, del tutto deludenti. Parlane.

Mi considero un musicista in grado di scrivere ed eseguire le mie partiture. Penso che l’esecuzione di una partitura sia un’arte, sicuramente frutto di propri talenti e personalità, ma anche di meditazione, analisi e studio con il fine di trasmettere emozioni e catturare l’attenzione dell’ascoltatore rispettando l’idea iniziale del compositore. Per questo ritengo che il direttore di un’esecuzione abbia una responsabilità pari a quella di chi la musica la scrive. Quando compongo interpreto già la mia musica, ne percepisco gli effetti e le intenzioni espressive e ne immagino il risultato. Spesso ascolto interpretazioni dei miei brani, fatte da altri, che non condivido nella maniera più totale, che non rispettano nemmeno ciò che ho scritto sulla partitura. Ma per fortuna, anche se più raramente, trovo direttori o esecutori che si avvicinano alla mia idea interpretativa e talvolta riescono a stupirmi e sorprendermi. Per un compositore è imbarazzante trovarsi ad ascoltare un brano che non rende giustizia alla sua musica o alle indicazioni espressive che egli ha scritto e indicato con precisione sulla carta, mentre la soddisfazione e l’emozione è tanta quando il compositore viene stupito dinnanzi alla bellezza e originalità di una scelta interpretativa della propria musica. Dunque appoggio, sostengo e mi offro di aiutare, mediante “incontri con l’autore”, chi ha rispetto per ciò che la partitura esprime e ha colto il vero senso di cosa vuol dire interpretare. In tutti gli altri casi preferisco essere il direttore delle mie musiche. 

Dopo aver assunto la direzione del Corocastel di Conegliano, oltre ad aver raccolto meritati apprezzamenti e affermazioni, hai avuto modo di confrontarti con la tradizione del coro maschile alpino. Stando alla tua esperienza e all’evoluzione da te impressa allo stesso Corocastel, consideri ancora valido quel modello, o ritieni che sia superato?

A mio avviso i cori maschili di tradizione popolare stanno vivendo un periodo di crisi e stanchezza. Negli anni ’60-’70, quando andava di moda, soprattutto nel Nord Italia, creare cori che si distaccassero totalmente dalle cantorie delle chiese, c’era sicuramente un maggior entusiasmo, una maggior voglia di mettersi in gioco, di sperimentare cose nuove e di essere originali. Non a caso proprio in quegli anni sono nate formazioni corali guidate da musicisti che spesso, pur non in possesso di titoli accademici o artistici, sapevano creare per i loro cori musiche o elaborazioni originali e di valore espressivo. Oggi, molti dei cori nati in quel periodo d’oro vivono di rendita, peccano di rinnovamento e originalità. I loro repertori sono in molti casi superati e, non impegnandosi per trovare strade alternative, poco alla volta non riscontreranno più l’interesse del pubblico. Sono convinto che la musica popolare sia un patrimonio da salvaguardare ma nell’elaborarla, per i nostri cori, è necessario coltivare nuove idee, aggiornare e istruire i direttori di questa tipologia di cori ed educare, alla bellezza di nuovi repertori corali, anche i coristi talvolta ancorati alle vecchie tradizioni. Pertanto non credo che questo modello sia superato. Prova ne è il fatto che a sentire questi cori c’è ancora un vasto pubblico attratto dalla tradizione ma, specie per le nuove generazioni, sempre più esigente e desideroso di novità. 

Buona parte della tua attività si svolge a stretto contatto con formazioni giovanili. Per quanto attiene alla musica corale, pensi che l’approccio metodologico e le proposte di repertorio rivolte ai giovani cantori debbano avere una loro specificità, o reputi che un percorso istruttivo di tipo tradizionale sia tuttora valido?

Mi piace molto lavorare con i giovani. Ho voluto e creato dal nulla, in seno a una scuola di musica di cui sono il direttore artistico, un coro di una trentina di ragazzi e un’orchestra giovanile. Nel corso della mia carriera ho avuto modo di lavorare con altre realtà giovanili interessanti e, insegnando nella scuola, lavoro quotidianamente a contatto con i giovani studenti. I ragazzi per me rappresentano una grande sfida. Certo, soprattutto al giorno d’oggi in cui essi sono molto impegnati oltre la scuola, è difficile saperli attrarre dall’idea di cantare in un coro che, come ben si sa, richiede costanza, dedizione, sacrificio e passione… ma, almeno in base alla mia esperienza, posso dire con certezza che quando sono entrati nel “cerchio” difficilmente smettono o si allontano. Credo che il percorso istruttivo di tipo tradizionale possa essere ancora un valido strumento per crescere e migliorare. Sono convinto, senza fare distinzioni tra varie tipologie di cori – e mettendoci dentro pure i cori di tradizione popolare! – che il repertorio formi il musicista e le formazioni d’insieme. Chi si rifiuta di misurarsi o esplorare il grande repertorio e i grandi autori che hanno segnato le principali tappe della storia della musica non si evolverà mai e il far musica diventerà una normale routine e un semplice piacere privo di crescita e di obiettivi. Pertanto credo che i nuovi repertori pensati appositamente per i cori giovanili siano dei validissimi metodi per iniziare, lasciarsi attrarre e affascinare dal canto corale. Ma in seguito è necessario che il maestro – specie di formazioni giovanili, sicuramente più elastiche e recettive ai cambiamenti – con furbizia e intelligenza sappia trovare nuovi e più validi repertori per la sua squadra facendo intravedere ai suoi coristi che la sfida è sempre aperta. 

Mi permetto, Giorgio, di associarti alla leva dei quarantenni che, in virtù della loro forte personalità, si apprestano a lasciare, nel prossimo futuro, un segno nel mondo corale. Dipendesse da te fin d’ora, quali aspetti artistici, formativi e organizzativi vanno svecchiati, quali altri potenziati, e quali ancora rifondati?

Innanzitutto grazie per questa fiducia e responsabilità! Di aspetti artistici penso già di aver detto molto nel corso di questa intervista; le idee, le nuove proposte o la conoscenza approfondita e culturale dei repertori classici o tradizionali di pregio dovrebbero avvenire mediante una adeguata e professionalizzante formazione rivolta ai direttori ma anche a coristi e ai relativi presidenti. Spesso raccolgo, specie da giovani direttori con molte idee innovative e con molta voglia e grinta nello sperimentare o nel voler svecchiare certi stili imposti, grossi malumori perché i relativi cori non si vogliono confrontare con nuove sfide e non riconoscono i loro limiti. Io stesso ho trovato, e non nascondo di trovare tuttora, diffidenza di fronte alle proposte di nuovi progetti e, purtroppo, la fiducia o la stima talvolta non bastano. I coristi e i presidenti vanno dunque aiutati in tal senso, vanno acculturati, va fatto loro notare come il mondo della musica e quello corale si stia evolvendo e che, per migliorare, non bastano le prove e lo studio. Occorre uno sforzo in più. Qualche esempio? Proporre la lettura di riviste specializzate e valide come questa; invitarli ad ascoltare concerti corali distanti dallo stile del proprio coro; aiutarli ad ascoltare repertori più impegnati; invitare alle proprie rassegne formazioni corali di altissimo livello. Attualmente in Italia vi sono validissime e accessibilissime accademie che permettono ciò. Feniarco e le associazioni corali regionali, oggi, si stanno impegnando molto per far capire alle nostre realtà che il mondo corale non si limita alle sole rassegne e scambi di inviti per potersi esibire, ma offrono, anche ai singoli coristi, infinite possibilità di crescita. Basta crederci e approfittarne! 

Abbiamo aperto questa nostra chiacchierata citando il fatto che sei un musicista impegnato su svariati fronti. Sogni nel cassetto? Qualche esperienza che ancora ti manca? O ti aspetti di raccogliere più ampia soddisfazione da una particolare delle attività che hai fin qui intrapreso?

Di sogni nel cassetto ne ho ancora molti per fortuna. Come compositore il sogno più grande è quello di poter un giorno comporre colonne sonore per il cinema. Come dicevo sopra, amo quei progetti in cui la musica si unisce ad altre arti o situazioni; e in più, in una colonna sonora, il compositore, dovendosi adattare a varie esigenze, deve saper dimostrare le sue doti artistiche, la sua sensibilità e le sue competenze musicali e tecniche. Ma – ripensando alla fase iniziale della mia avventura musicale – continuo a sognare, spesso, di poter un giorno esibirmi come voce solista e poter creare un prodotto tutto mio, magari un disco, che possa essere una sorta di “personale” o, come si usa nel mondo dell’arte, una “retrospettiva” in cui l’ascoltatore possa conoscere e scoprire fino in fondo chi è Giorgio Susana.

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