Identità e internazionalità
intervista a Petra Grassi

di Veronica Pederzolli
Portrait, Choraliter 59, settembre 2019

Il Coro Giovanile Italiano è di fronte a un nuovo inizio. Il mandato dei direttori Luigi Marzola e Carlo Pavese si sta concludendo con la tournée conclusiva di una fortunata edizione che ha consolidato con una struttura particolarmente robusta la professionalità e il carattere di questa importante formazione che rappresenta a livello istituzionale, attraverso Feniarco, la coralità nazionale. A breve si apriranno le audizioni per i nuovi coristi, mentre i cantori che hanno raggiunto il limite di età concesso dall’organico porteranno questa esperienza nelle proprie realtà corali, contribuendo a far germogliare nuove idee, proposte, approcci.

I nomi dei nuovi direttori sono stati resi noti e promettono di ripetere le esperienze forti degli ultimi anni in modo personale e carismatico. A dirigere la rinnovata compagine saranno due affermati emergenti, ovvero Petra Grassi e Davide Benetti. La rubrica Portrait ci permetterà di conoscere meglio, in questo numero di Choraliter e nel prossimo, i due direttori scelti per il biennio 2020-2021. Benetti, diplomato in organo e composizione organistica ad Aosta e Milano e in composizione e direzione corale a Torino, direttore artistico dell’Ensemble Vocal de Si de La e del Torino Vocalensemble, figura tra i vincitori del concorso nazionale per direttori di coro Le mani in suono. Il ritratto della triestina Petra Grassi è affidato all’intervista che segue.
Forte, intensa, travolgente. Petra Grassi ha trent’anni ma è ormai uno dei più grandi direttori della scena italiana. Al telefono ha la risposta pronta, ride e mi racconta della sua ultima avventura corale. So che mi risponde da Slivia, un minuscolo paesino dell’estremo lembo nordorientale, dove vive tra partiture e libri d’epoca con il marito Jernej e i loro due gatti. E in questa semplicità c’è un treno di prima classe che sfreccia deciso. È quello di Petra, che per un attimo ci concede di salire.

Petra, rompiamo subito il ghiaccio: un pregio e un difetto.

Sono sicuramente testarda, so bene cosa voglio e credo questa sia una caratteristica importante per la leadership di un direttore. Come difetto direi il continuare a mettersi in discussione che, esattamente come la testardaggine potrebbe essere un difetto, ma è forse anche un bel pregio: mi sprona a studiare, a migliorare e a non sentirmi mai arrivata.

Com'è nata la voglia di dirigere e quando hai capito che avresti davvero fatto la direttrice di coro?

Sono partita come pianista ma a casa cantavamo sempre brani popolari della tradizione slovena, a cappella e a più voci. Poi, abbastanza tardi devo dire perché l’ho fatto nel periodo universitario, sono entrata in un buon coro femminile della mia zona. Questa esperienza e il lavoro del direttore mi hanno insegnato a guardare al coro non solo come momento conviviale e familiare ma come un’occasione per fare di più. Così quando durante gli studi di pedagogia musicale mi proposero di dirigere un coro scolastico di bambini non esitai ad accettare. Per il primo incontro decisi di indossare una giacca elegante e appena suonata la campanella entrai di fronte a loro, consapevole e subito a mio agio in quel ruolo. Quello è stato il primo momento in cui mi sono sentita direttrice di coro.

E ora sei appena stata nominata direttrice del Coro Giovanile Italiano assieme a Davide Benetti. Come si sta?

Sento di essere matura per questa esperienza: sono onorata ma altrettanto certa di poter dare il mio contributo alla coralità italiana. E sono felice di poterlo fare accanto a Davide perché penso che condividere un coro così non sia per tutti. Qui non serve essere solo dei musicisti straordinari ma anche avere importanti qualità umane che consentano di mettere il proprio nome a servizio di ciò che si sta facendo. Per il mio vissuto da cantore nel CGI so che questi ragazzi cercheranno sia l’esperienza musicale che quella umana. Sarà quindi fondamentale instaurare relazioni di qualità tra noi direttori, con i cantori, con le istituzioni e anche per il pubblico, che subito è in grado di percepire la limpidezza in ciò che ascolta. Solo in un ambiente così la musica si può esprimere. Infine penso sia molto importante avere un’idea chiara di che cosa vogliamo da questo coro, così sarà più facile avere ottimi risultati artistici. Credo molto in questo progetto e ringrazio Feniarco per la fiducia. 

La tua parola chiave per il futuro lavoro con il CGI?

Internazionalità. Per portare il coro giovanile su un piedistallo che possa mostrare all’estero come sappiamo fare coralità in Italia. E per farlo senza chiusure, aprendoci, avendo comunque sempre chiara la nostra identità.

A Hong Kong, nella World Choral Conducting Competition, ti sei piazzata tra i semifinalisti e hai ottenuto il premio di “miglior direttore” secondo il parere del coro. Cosa porti a casa da questa esperienza?

Questo è stato il quarto concorso per direttori a cui ho partecipato ed è stato il culmine finale di un crescendo qualitativo a livello organizzativo e musicale, sia per quanto riguarda le competenze dei concorrenti che per la levatura dei cori. Le vittorie ai concorsi nazionali – italiano e sloveno – sono state comunque importantissime, soprattutto perché quest’ultimo mi ha portato poi a dirigere il coro professionale della Filarmonica di Lubiana. È come se la vita mi stesse aiutando a essere nel posto giusto al momento giusto e Hong Kong è cascato a fagiolo. Ho capito di valere e mi sono sentita riconosciuta e valorizzata come un’importante professionista. Non ho dimenticato per un secondo di essere tra i dodici finalisti al mondo. C’è stato uno scambio intenso tra i partecipanti – tutti già direttori professionali e docenti in accademie – e si è visto quanto un direttore porti con sé tutto il bagaglio culturale della sua terra, anche all’interno di una gara. Inoltre ho preso il premio che ogni direttore sogna di avere: Utopia&reality Chamber Choir, il coro di ottimi musicisti che ha fatto da coro laboratorio per il concorso, scegliendomi come la migliore ha in un certo senso dichiarato di voler lavorare ancora con me. E questo per un direttore è il successo più grande.

All’interno di una competizione per direttori in un massimo di 10 punti, quanti ne assegneresti a livello di importanza alla concertazione e quanti alla capacità comunicativa gestuale in concerto?

Questa è una bella domanda. Il concorso mondiale ha dato moltissimo valore al gesto e alla gestione dell’energia durante l’esecuzione. D’altronde il carisma di un direttore è fondamentale fin dal primo passo fatto sul palco e per questo credo nell’importanza del gesto. Da questo punto di vista è stato il percorso accademico con Lorenzo Donati a darmi l’imprinting sull’importanza della mano nel trasmettere ciò che si ha dentro e la sua visione da direttore-compositore è stata importante per la mia crescita. Ho poi imparato dalla mia esperienza con i cori anche quanto sia importante l’approfondimento della partitura, che deve essere sviscerata all’interno del direttore stesso prima di trasmetterla al coro. Un lavoro, questo, che deve riempire il gesto di significato già all’interno della concertazione stessa. Darei quindi lo stesso valore, 5 punti, a ognuno di questi due ambiti.

Qual è stato il tuo più grande maestro nella direzione di coro? 

Stojan Kuret, che per me è stato un maestro un po’ atipico perché non mi ha insegnato a dirigere un coro ma a essere un direttore. Mi ha trasmesso il grande rispetto della partitura che si ha di fronte e l’importanza di non bluffare. Mi ha stimolato ad avere chiarezza della struttura musicale di un brano, a lavorare onestamente e in maniera instancabile. Mi ha insegnato ad andare per la mia strada e a fare tutto ciò che faccio con grande onestà intellettuale. Stojan è per me un maestro di vita.

Come si sceglie un programma da concerto?

Sono convinta che già nella scelta del repertorio un direttore faccia l’80% del proprio lavoro. Deve essere originale e costruito su misura del coro e del pubblico. Deve valorizzare il patrimonio culturale specifico e guardare al contempo all’internazionale, cercando la qualità e non solo la moda. Credo che la scelta del repertorio possa essere una firma che già solo dalla lettura del programma possa far dire «ah sì, qui dirigerà Petra Grassi».

Mendelssohn o Brahms?

Brahms.

Pizzetti o Bettinelli?

Bettinelli.

Tra i meriti hai anche quello di essere tra i pochi direttori di coro italiani che lavorano in ambito professionale. Come cambia la modalità di lavoro?

La mia preparazione sulla partitura è la stessa, forse cambiano i tempi a disposizione, che con un coro professionale sono più stretti. Vedo che i cantanti professionisti amano essere gestiti bene sia dal punto di vista dell’interpretazione che della vocalità e amano lavorare con una persona in armonia con se stessa, seppur con una visione musicale molto forte. Grazie a questa armonia posso dire di rimanere la stessa sia in ambito professionale che amatoriale: cerco di portare ai primi un po’ di amatorialità, e quindi l’amore e la passione per la prova in coro, e agli amatori una visione più professionale, soprattutto nell’atteggiamento in prova. Finisco così per fondere questi due mondi e davvero non c’è quasi più differenza. Un grande esempio è stata l’esperienza avuta con il Coro giovanile regionale del Friuli Venezia Giulia dove i giovani, tutti con notevoli doti intellettuali e di grande apertura mentale, si sono dimostrati instancabili nel loro lavoro: sono sicura di aver formato dei professionisti che andranno a migliorare i cori da cui sono arrivati.

Dal tuo punto di vista l’Italia riuscirà a riconoscere e stimolare il professionismo corale che un po’ manca?

Sì. Penso che lo sviluppo dell’opera abbia un poco disincentivato la polifonia in ambienti professionali, ma ora l’Italia per la sua qualità artistica potrebbe avere un proprio coro polifonico professionale anche al di fuori delle prestazioni ecclesiastiche. Un’istituzione come la Rai potrebbe farlo rinascere e in questo modo tornare anche a valorizzare la composizione originale italiana per coro. All’interno di Tenso, la rete europea di direttori professionisti di cui faccio parte, l’Italia è davvero poco conosciuta. Manca un importante coro di riferimento che sproni i nostri grandi a lavorare a questo livello.

La canzone pop preferita? 

Oddio, direi Claudio Baglioni ma non ricordo la canzone. Insomma, una di quelle da prime cotte amorose in cui sembra sempre che ogni testo stia parlando di te.

Biografia di Petra Grassi

Diplomata in pianoforte e didattica della musica presso il Conservatorio G. Tartini di Trieste, si è perfezionata in direzione e composizione all’Accademia di musica di Ljubljana per poi laurearsi in direzione di coro con il massimo dei voti e la lode al Conservatorio F.A. Bonporti di Trento con L. Donati. Nel 2015 ha vinto il primo premio al concorso nazionale per direttori di coro Le mani in suono a Arezzo e ha ottenuto il terzo premio all’International competition for young choral conductors organizzato da ECA-EC e Feniarco a Torino. Nel 2016 ha vinto il primo premio al concorso per direttori Zvok mojih rok a Ljubljana e nel 2019 ha raggiunto la finale e ottenuto il premio del coro al World choral conducting competition di Hong Kong. Ha diretto il coro femminile Kraški slavček-Krasje e attualmente dirige il coro Vikra della Glasbena Matica di Trieste; con questi cori ha ottenuto diversi primi premi a concorsi corali nazionali e internazionali. Dal 2016 al 2019 ha diretto il Coro giovanile regionale del Friuli Venezia Giulia e dal 2017 è direttore artistico del coro semi-professionale da camera Dekor con il quale ha vinto il primo premio assoluto al concorso nazionale corale sloveno Naša pesem a Maribor, ottenendo anche il premio come miglior direttore. È inoltre direttore ospite del coro professionale Slovenian Philharmonic Choir di Ljubljana. Insegna direzione di coro alla Glasbena Matica di Trieste e per JSKD a Ljubljana e Nova Gorica. È docente di masterclass per direttori di coro e cantori in Italia e Slovenia e nel 2020 terrà un atelier per il Festival Europa Cantat Junior a Vilnius.

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