Sempre un passo davanti al coro
Intervista alla direttrice argentina Virginia Bono

di Veronica Pederzolli
Portrait, Choraliter 55, maggio 2018

Si dice che gli Argentini discendano dalle navi: non lo smentisce il sangue italiano di Virginia Bono che il Bel paese lo frequenta prima per passione e poi per lavoro. La si incontra infatti al Festival di Primavera, dove esegue repertorio latino perché, a suo dire, non avrebbe senso che un’argentina arrivasse con brani italiani. Eppure, dopo esser rimasti a bocca aperta di fronte alla sua voce e al suo modo – così tranquillo e al contempo appassionante – di stare davanti al coro, è forte il desiderio di scoprire cosa abbia da dire sulla nostra tradizione.

Ci racconta dell’Argentina corale?

L’Argentina è una nazione fatta di immigrati europei e la tradizione corale è forte e radicata. Nella mia provincia di Santa Fe, dove vivo, ogni piccolo paese ha un coro e vi sono cori di ogni genere. Pensate che perfino le associazioni di migranti hanno un coro: per otto anni ho diretto a Santa Fe il Coro del Centro Friulano, dove mia madre canta ancora. Forse ciò che manca sono i cori dove i coristi vengano pagati per cantare e la stessa professione del direttore non è molto riconosciuta; nonostante questo, come succede con il mio Estudio Coral Meridies, alcune formazioni hanno comunque un livello qualitativo professionale.

Che cosa potrebbe dire, da esterna, della coralità italiana?

Quando venni per la prima volta in Italia nel 2003 per il Concorso Internazionale per direttori di coro Mariele Ventre di Bologna le mie aspettative sulla coralità italiana vennero deluse. In questi ultimi quindici anni, e lo dico con l’umiltà della mia esperienza, ho visto però una grandissima crescita qualitativa: fui sorpresa quando nel 2012 a Torino ascoltai il livello raggiunto dal Coro Giovanile Italiano o quando l’anno scorso conobbi l’eccellenza del lavoro dei cori giovanili regionali; e poi Montecatini con il Festival di Primavera e i risultati ai concorsi internazionali, dove spesso gli italiani salgono sul podio e dimostrano che avete messo la quinta.

Un direttore che come lei si occupa di tutto l’iter corale – dalle voci bianche al professionismo – rimane lo stesso lavorando a livelli così diversi?

Io provo a essere la stessa, credo non ci sia differenza. Ogni cantante ha le proprie potenzialità e molte cose da farmi scoprire e io devo essere sempre pronta a farlo crescere e imparare. Anzi, dico sempre che quando il cantore è piccolo il direttore deve essere uno specialista: un bambino deve vivere l’esperienza migliore per la sua crescita; i direttori principianti è meglio che lavorino con gli adulti.

Secondo lei, dunque, è il direttore a stare di fronte al coro o è il coro a star di fronte al direttore?

Per la sua competenza il direttore deve essere davanti al coro, per dare il meglio, saper ricevere e restituire. Il direttore sta davanti poiché deve lavorare di più: noi pensiamo sempre in avanti, quando facciamo una cosa dobbiamo già pensare al passo successivo e questo deve accadere sia in prova che nella progettazione a lungo termine. Infine questo pensiero deve coinvolgere anche tutto ciò entro cui il coro è incluso, come la famiglia o la città.Forse spesso il coro sta davanti al direttore in termini di entusiasmo e gioia di cantare, ma il buon direttore si fa seguire anche in questo: senza passione e divertimento i risultati non sono gli stessi.

Proverbiale è la sua attenzione alla vocalità, ce ne parli.

Iniziai a cantare tardi poiché quando ero piccola mi era stato detto dal direttore dell’ensemble di flauti dolci in cui suonavo che era meglio non lo facessi. Arrivata all’università decisi però di studiare pedagogia e direzione di coro, non perché fossi interessata al coro ma per dirigere ensemble di flauti. Qui dovetti comunque cantare e fu un disastro; dopo aver fatto alla mia voce le cose peggiori, iniziai un lungo percorso di lavoro che oggi mi rende molto utile a chi è in difficoltà. Credo che, rispetto alla vocalità, i fattori oggettivi siano due e includano lo sviluppo della voce e il suo dominio: solo attraverso questi traguardi si può mettere in luce l’identità di un brano, che sta nel suono. Le emozioni arrivano a chi ascolta solo se si è lavorato sul suo colore, sulla sua articolazione e sul respiro. La voce è uno strumento magnifico che non ha limiti: si pensi alle possibilità di un cantante e le si moltiplichi per un intero coro.

Ai direttori che iniziano una prova senza scaldare la voce cosa direbbe?

Lo scorso anno ho diretto un coro professionale della mia provincia. Quando chiesi di fare un vocalizzo loro storsero il naso e dovetti cominciare senza, ma per dieci giorni lavorai sul suono attraverso la musica. Questo lavoro sulla voce è essenziale: con i miei cori inizio sempre dal vocalizzo che, oltre a darmi l’opportunità di misurare la loro abilità, mi fa sempre capire di cosa hanno bisogno dal punto di vista vocale.

C’è un repertorio che ama particolarmente eseguire?

Mi piace variare poiché credo che la varietà sia ottima per sviluppare il potenziale della voce. Devo dire però che con il mio coro da camera eseguo tantissima musica di compositori latino-americani, non solo perché lo voglio ma perché è richiesto da chi ci invita all’estero. Quando l’anno scorso l’Estudio Coral Meridies ha rappresentato l’intera America latina al Simposio Mondiale di Barcellona, ho scelto musica originale e non conosciuta del Sud America, ma appena ritornati a Santa Fe ho cambiato giradischi con un programma di musica francese e del pop inglese. Ora stiamo invece lavorando su musica di autori europei, tra cui tedeschi, finlandesi e spagnoli, accostata sempre a un pizzico di America Latina: gli inviti arrivano spesso e non vogliamo farci trovare impreparati.Un lato interessante che nasce da questa necessità è il rapporto con i compositori a cui commissiono brani o chiedo nuovi arrangiamenti: quando vengo in Europa con queste musiche, la difficoltà ritmica va un po’ moderata, pur mantenendone il senso. Mi piace calibrare bene cosa posso fare poiché la frustrazione è il peggior male per il corista.

Se dovesse definirsi con un brano corale quale sceglierebbe?

Cavolo, non saprei… Quando decisi di studiare direzione di coro ero convinta che avrei fatto l’insegnante per tutta la vita perché la pedagogia mi interessava davvero molto; un giorno però ascoltai un coro che mi incantò e cambiai idea: detti anima e corpo a questo, frequentai moltissimi corsi in Argentina e all’estero per apprendere la musica corale. Credo che al giorno d’oggi in Argentina non ci sia direttore che abbia frequentato più corsi di me.Inizialmente, in quanto flautista, volevo fare musica del XVI secolo e dedicai quattro anni solo a questa: allora mi sarei definita con il Rinascimento. Poi conobbi Brahms in profondità, scoprendo la bellezza del Romanticismo. La musica romantica mi identifica molto, mi ricorda i sette anni vissuti in Germania, ma c’è ancora la moderna e la contemporanea, in cui mi sento così libera! Non posso scegliere poiché la scelta comporta un’esclusione.

Biografia di Virginia Bono

Diplomata in direzione di coro e in pedagogia musicale a Santa Fe (Argentina) e a Fancoforte (Germania), è direttrice di Estudio Coral Meridies chamber choir, Youth Choir AsomArte, Coro Juvenil Femenino e Coro Infantil Jilgueritos dell’Istituto Coral della città di Santa Fe. Ha vinto diversi premi come direttrice tra i quali: terzo posto al Concorso Internazionale per Direttori di Coro Mariele Ventre di Bologna (2003), premio come Conductor of Honorary Merit al Concorso di musica popolare Mercosur Aamcant di La Plata, Argentina (2000). Con i cori che dirige ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali vincendo numerosi premi e riconoscimenti. Viene spesso invitata come docente e direttrice di coro a tenere corsi di direzione corale, masterclass e workshop in Argentina, Germania, Austria, Francia, Italia, Ungheria, Portogallo, Uruguay e in Cile. È spesso invitata anche come membro di giuria a concorsi corali e musicali e come docente di musica corale in festival internazionali.

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