Scoprire il piacere di fare musica
Josè Maria Sciutto e i cori di bambini

di Lucia Vinzi
Portrait, Choraliter 57, gennaio 2019

È la seconda volta che ho la fortunata occasione di intervistare per Choraliter persone che conducono cori di voci bianche richiedendo e ottenendo risultati artistici importanti: bambini che lavorano assieme a professionisti della musica, a grandi direttori d’orchestra e in contesti ove è richiesta non solo la prestazione artistica di alto livello ma anche un atteggiamento professionale nell’affrontare prove e allestimenti. E in entrambi i casi mi viene raccontata un’idea di infanzia che corrisponde molto alla mia idea e che si allontana da stereotipi in cui spesso il “fare artistico” dei bambini è inserito: dal per me insopportabile «che carini!» agli estremi dei talent show in cui i giovanissimi sono esibiti come fenomeni da baraccone per imitare adulti spesso considerati, immeritatamente, come modelli. Proporre ai bambini l’arte e in particolare la musica, sia da esecutori che da fruitori, non significa semplificare, ridurre, abbellire, addolcire o, peggio, rendere tutto divertente e accattivante. Significa confrontarsi con persone che, come tutte le persone, hanno le loro caratteristiche, le loro particolarità, i loro talenti e capacità e che sono perfettamente in grado di comprendere.

Josè Maria Sciutto lavora con i bambini da moltissimi anni e li prepara per sostenere ruoli all’interno di opere teatrali e importanti produzioni. Il suo curriculum ci racconta di un’esperienza continuativa con le voci bianche, in America Latina, Stati Uniti, Europa e Italia. È autore, assieme ad altri collaboratori, di un metodo di insegnamento della musica che, come in molti casi, parte dell’esperienza e fa leva sulla immediata propensione a entrare nelle meraviglie del linguaggio musicale, della musica intesa non solo come educazione a un linguaggio, ma educazione al bello, al senso estetico, all’arte. Abbiamo avuto un assaggio di questo lavoro nell’ultima edizione del Festival di Primavera di Montecatini (2018), dove il maestro ha condotto un atelier dal titolo Bambini all’opera. E abbiamo colto l’occasione per questa conversazione. 

Assistendo alla lezione abbiamo subito capito che il suo modo di lavorare va diritto allo scopo: bel suono, lettura ritmica prima e poi melodica.

Già quando studiavo all’università, assieme ai miei colleghi, mi ponevo il problema dell’alfabetizzazione musicale: lavoravamo con bambini e cori amatoriali e osservavamo che tutti imparavano a orecchio. E quello secondo noi, e oggi lo constato ogni giorno, limitava il livello e la resa dei cori. I bambini quando iniziano a leggere la musica cambiano totalmente approccio e modificano il loro modo di cantare. Naturalmente tutto dipende da come si insegna loro a leggere, non si può farlo con il Pozzoli! Quando i bambini prendono contatto con la lettura, si entusiasmano tantissimo, oserei dire che si fanatizzano. Una volta si imparavano le lingue partendo dall’alfabeto per poi passare alle parole e le frasi. Adesso i maestri entrano in classe e parlano subito inglese. All’inizio i bambini capiscono poco ma piano piano, e forse neanche troppo lentamente, la comprensione aumenta. Il lavoro che facciamo con la musica è lo stesso; è un percorso graduale che parte da forme semplici per arrivare a quelle complesse, ma sempre partendo dalla musica e non da elementi teorici. Iniziamo a lavorare sulla lettura ritmica e melodica, la collocazione vocale e sonora, la qualità del suono e poi passiamo al canto a più voci che per noi, in una fase iniziale, significa cantare i canoni. I canoni offrono un’opportunità straordinaria, sono una forma semplice che si basa sulla ripetizione di una stessa melodia. Alla melodia aggiungiamo sempre dei movimenti che coinvolgano i bambini. Il movimento non è mai utilizzato per riflettere il senso del testo ma per sostenere il senso musicale, le frasi, le entrate successive. Attraverso il movimento i bambini si orientano e percepiscono perfettamente in che punto del brano si trovino. I canoni sono forme semplici, ma hanno anche delle complessità che in un primo momento sconcertano i bambini perché le frasi si rincorrono e le sentono iniziare e finire in momenti diversi. E in questo senso il movimento dà loro una percezione esatta di dove si trovano e di dove, musicalmente parlando, devono andare. 

E da qui si arriva poi a cantare nei teatri d’opera?

Il criterio pedagogico per un coro scolastico o un coro che canta in un teatro d’opera è lo stesso. Ovviamente in questo secondo caso è richiesta molta consapevolezza e precisione; i bambini devono lavorare con i più grandi direttori al mondo e cantare in un contesto molto adulto dove sono trattati alla stregua degli altri artisti e dove le richieste, musicali e non, sono molte. C’è bisogno di rigore, presenza scenica, capacità di ascoltare e intuire, insomma, tutte quelle cose necessarie all’allestimento di un’opera e a rispondere alle esigenze di un regista. Quando i bambini si muovono, anche in concerto, possono compromettere la qualità del suono. Noi al teatro d’opera o all’Accademia di Santa Cecilia lavoravamo proprio su questo. Muoversi mantenendo la qualità del suono non è cosa scontata.

Già al suo primo incontro con i bambini, al primo suono emesso, le ho sentito richiedere qualità, ma lei non ha spiegato come fare. 

Mai! Mi fa piacere che sia così chiaro. I bambini sanno cosa significa un suono bello e se non lo sanno, ben presto lo imparano. Ho molta fiducia nella loro capacità di ricerca del suono. Devono essere coscienti che il suono ha delle qualità, ha una sua bellezza e per arrivare a trovarla è necessario molto ascolto di sé e degli altri. Ma non è una cosa complicata. Imparano fin dall’inizio e senza grande fatica, senza che vengano fornite loro grandi nozioni tecniche, e il loro suono migliora continuamente. Credo che sia fondamentale non solo per il canto, ma anche per migliorare la vita di ognuno di noi. È una ricerca di bellezza e di armonia. L’educazione al canto passa attraverso un pensiero pedagogico che è globale dove il bambino è completo, tondo nella suo essere persona. Il nostro non è un lavoro finalizzato alla preparazione dei cantori per grandi produzioni, non si tratta solo di avere un coro ben preparato ma è molto di più. Basta molto poco per spingere i bambini a occuparsi della bellezza del suono e questo porta a un affinamento progressivo del gusto e della concentrazione sulla quale io punto moltissimo.

Ci racconti qualche cosa sul suo metodo, così diffuso soprattutto in America Latina ma anche in Italia.

I bambini con noi imparano la musica attraverso la musica. La lettura non è preparatoria e disgiunta all’apprendimento del brano ma è contestuale. Iniziamo con la lettura ritmica che utilizza le parole del linguaggio («va» per la semiminima, «corro» per la coppia di crome…). Questo sistema dà risultati incredibili e in pochi minuti i ragazzi sono in grado di leggere la ritmica di un brano. Dal punto di vista melodico non partiamo insegnando gli intervalli, ma il metodo prevede che possano gradualmente entrare nell’ambito tonale lavorando sulla scala: il riferimento è la fondamentale e poi, per gradi congiunti, piano piano ci allarghiamo a scoprire lo spazio tonale. Gli intervalli entrano a far parte del loro bagaglio sonoro senza la necessità di chiamarli per nome. È la stessa cosa che imparare una lingua senza conoscere le regole della grammatica. Naturalmente il passo successivo, generalmente dopo un anno di lavoro, consiste nell’entrare in questa grammatica per conoscerla e usarla, ma il fatto che leggano con relativa rapidità è uno strumento importantissimo per chi dirige.

Parliamo del repertorio, di quello da avere nelle mani quando i bambini sono chiamati a cantare nelle produzioni operistiche. Per arrivare ad affrontarlo con efficacia che tipo di lavoro è necessario?

Bisogna essere onesti: i cori d’opera in cui i bambini sono coinvolti sono brani assai semplici, a una voce e in un registro medio. Ma per suonare bene una sonatina di Mozart bisogna saper suonare molto di più. Nelle diverse situazioni in cui mi sono trovato a lavorare ho sempre proposto di istituire una scuola di canto corale dove, a più livelli, i ragazzi avessero la possibilità di fare un percorso graduale che li potesse portare a eseguire anche brani molto complessi di diversi generi musicali. Sono questi i ragazzi che poi sono chiamati a cantare nelle opere. Musicalmente i brani che devono cantare, messi a confronto con quello che sono capaci di fare, sono sciocchezze. Ma devono essere in grado di farli in ogni condizione, saltando, camminando, da seduti, in piedi e a volte distesi a terra. La complessità musicale è nulla di fronte alle altre situazioni che si trovano ad affrontare in teatro. E per questo è necessaria una buona preparazione. 

Come si relazionano i bambini con un modo molto adulto e “serioso” di affrontare la musica: prove, regie, prove generali, cantanti, direttori?

I ragazzi impazziscono quando entrano davvero nella dimensione musicale e riescono a trovare il piacere nel fare queste cose. Non è solo l’opera ad attrarli. Spesso li trovo in teatro un’ora prima delle prove senza la necessità di chiamarli. All’inizio sono molto rigido con loro ma poi non è più necessario. In tanti anni di esperienza sono giunto alla ferma convinzione che i ragazzi valgano molto di più delle cosette semplici che a volte pensiamo siano adatte a loro. Hanno l’entusiasmo e noi abbiamo un’arma formidabile che è la musica! Quando prendono il piacere per la musica non si stancano, si concentrano e lavorare con loro è una meraviglia.

E il piacere viene proprio con la capacità, mi par di capire, di entrare nella musica, nelle strutture e nel linguaggio.

E nella qualità. Loro si divertono facilmente ma si stancano delle cose solo divertenti e accattivanti. Prima o poi arriva la noia. È un errore pensare che si debbano fare solo cose semplici e divertenti. C’è un aspetto formativo, intellettuale e globale della persona che la musica tocca, come tutte le arti. E i bambini e ragazzi non sono da meno degli adulti nel coglierlo.

Biografia di Josè Maria Sciutto

Direttore di coro e d’orchestra ha al suo attivo una nutrita attività concertistica in produzioni sinfonico-corali e di musica contemporanea latino-americana e come docente in masterclass universitarie per la formazione di direttori di coro e d’orchestra. È autore di un metodo di pedagogia corale infantile che gode di una vasta applicazione in America Latina e in Italia. Ha diretto numerose orchestre in Italia, Argentina e Romania. Inoltre ha diretto l’Orchestra Sinfonica Nacional di Costa Rica, la Juvenil di Costa Rica, l’Orchestra del Conservatorio della Repubblica Dominicana e l’Orchestra Juvenil de La Florida State University. Dal 1992 è docente titolare presso il Conservatorio L. D'Annunzio di Pescara. È Direttore Artistico del programma Musica per la Pace dell’O.N.U.; consulente per l’Istituto Latino-Americano di Roma e per il Center for Music of the Americas della Florida State University; è un componente della American Conductors Association e della FullBright Program. È stato membro di giurie in concorsi internazionali di canto solista e corali. Dal 2001 al 2005 è stato direttore del Coro Lirico e collaboratore nella Direzione Artistica del Teatro Lirico V. Basso di Ascoli Piceno. Dal 2005 al 2010 ricopre il ruolo di direttore del Coro di voci bianche di Roma e direttore del Laboratorio Corale dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma. È stato direttore della Scuola di Canto Corale e direttore del Coro di voci bianche del Teatro dell’Opera di Roma. 

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