No, non è la trama di un romanzo distopico alla Orwell: è realmente accaduto, è Storia, è la fotografia di un momento particolare che non si ha mai abbastanza tempo per frequentare a queste latitudini. Ma di cosa parliamo e come siamo arrivati a ciò? Quando si parla di Rinascimento viene subito in mente un periodo florido e luminoso in cui le arti raggiungono vette inarrivabili, il mondo si fa più prospero e le marmotte confezionano cioccolata di finissima qualità direttamente per le corti reali. Ma il xvi secolo fu un tempo di grande divisione, di lotte aspre e serrate, di guerre fratricide. Ridurre sistemi complessi a una visione parziale è sempre sbagliato: non si può dire che fossero anni perfetti né che fosse un secolo da cestinare, sarebbe profondamente iniquo. Ma la storia sa sempre come sorprenderci e di certo non ci aspetteremmo di trovare i cristiani nelle catacombe a celebrare in clandestinità.
Diciamocela tutta: quando Enrico VIII iniziò a pianificare il primo divorzio non aveva la più pallida idea di quali sarebbero state le conseguenze. La sua riforma, in termini teologici e liturgici, era abbastanza blanda: era un modo per arrogarsi il potere e, sfruttando la chiusura dei monasteri, incassare una cospicua somma di denaro. I veri dolori incominciano col figlioletto, Edoardo VI, un giovincello dal cuore protestante attorniato da consiglieri d’estrazione calvinista particolarmente duri verso i cattolici. La breve controriforma della sorellastra Maria (che diventerà nota come la Sanguinaria) e la restaurazione anglicana di Elisabetta contribuirono a un clima di incertezza religiosa e di feroci tumulti che sfociarono in esecuzioni di massa dall’una e dall’altra parte della barricata.¹ Ovviamente, questo mondo instabile si riflette nelle composizioni degli autori inglesi dell’epoca. Perfino nei periodi più tristi, pensiamo alla parentesi edoardiana in cui il canto liturgico l’ha vista veramente brutta, i compositori hanno saputo cambiare abito trovando un modo per sopravvivere. Prendiamo il musicista più in vista dell’epoca: Thomas Tallis.² Inizia la sua carriera sotto il regno di Enrico VIII, quando le esigenze della musica liturgica erano tarate sul rito di Sarum,³ lavorando prevalentemente come organista nei monasteri. Quando la riforma porterà alla dissoluzione di questi, troverà impiego prima a Canterbury e, di seguito, nonostante fosse cattolico, presso la Cappella Reale. Il re era educato alla musica e alle arti, ma la musica cambierà – letteralmente – alla sua morte. Per l’erede Edoardo, i canti tanto amati dal padre erano una degenerazione papista e, con devoto entusiasmo, avvallò la pubblicazione da parte di Thomas Cranmer⁴ del Book of Common Prayer, mettendo ufficialmente al bando il latino. Le pareti delle chiese, su influsso calvinista, vennero imbiancate, statue e vetrate rimosse, la polifonia venne ritenuta inappropriata al nuovo rito. Le scuole corali vennero chiuse, i bambini eliminati dai cori. I canti, se proprio dovevano esserci, dovevano essere semplici e i testi, rigorosamente in vernacolo, perfettamente intellegibili.⁵ Questo periodo durò poco: il re morì quindicenne lasciando in eredità una situazione tutt’altro che stabile. Dopo la breve esperienza sul trono di Jane Grey,⁶ regina per nove giorni, venne l’ascesa di Maria che provò a portare le lancette della storia indietro di un ventennio. Mentre una parte dell’aristocrazia tremava per il possibile arrivo in vesti colonizzatrici della Spagna, dato il matrimonio di Maria con Filippo II, figlio del grande imperatore Carlo V, i compositori della cappella reale traevano un sospiro di sollievo per essersi salvati da eventuali colpi di coda antimusica li del mondo calvinista. Thomas Tallis tornò a uno stile più consono alle sue origini e un suo giovane discepolo dall’evidente talento, William Byrd,⁷ iniziò a muovere i suoi passi all’interno del mondo di Sarum.
Ma anche il regno di Maria era destinato a terminare presto, dopo un solo quinquennio. Il ventre ingrossato le regalò un’immensa gioia, convinta com’era di attendere, finalmente, l’agognato erede che avrebbe perpetuato la fede cattolica in Inghilterra. Purtroppo, la gioia mutò presto: era un tumore allo stomaco. L’avvento di Elisabetta fu salutato con timore: se da una parte questi erano decisamente fondati, visto che i cattolici dovettero entrare in clandestinità,⁸ dall’altra il suo amore per le arti ha consentito la creazione di un filtro rispetto a certe derive estreme dei tempi del fratellastro. Tante chiese anglicane conobbero il silenzio, nelle province presero piede alcune idee di riforma radicali, ma la cappella reale rimase zona franca, ove ancora era possibile sentire il latino e dove la polifonia era incoraggiata. Non solo, nel 1575 concesse ai due cattolici più in vista, Tallis e Byrd appunto, il monopolio della musica a stampa. Così pubblicarono un testo congiunto⁹ con quelli che verranno riconosciuti come alcuni capisaldi della polifonia del tempo. Visto il divieto di celebrare le messe, alcuni aristocratici cattolici, che verranno chiamati recusants, crearono dei veri e propri passaggi segreti nelle loro abitazioni: dei priest holes in cui nascondere sacerdoti e delle piccole cappelle ove celebrare funzioni segrete. Funzioni in cui si cantava, certamente. Ma, non potendo accedere più all’educazione strutturata dei pueri, le fonti parlano di «cantanti, uomini e donne».¹⁰ In quel tempo Byrd fu assiduo frequentatore di Ingatestone Hall, la dimora di Sir John Petre, uno dei recusants più celebri. Per queste celebrazioni clandestine scrisse tre messe secondo l’uso romano¹¹ che fece pubblicare da Thomas East, stampatore londinese, su fogli sciolti in modo che potessero essere più facilmente nascoste in altri libri. A Elisabetta succederà Giacomo i. Sembravano gli albori di un tempo di distensione. All’idea di uscire dalle catacombe, nel 1605, Byrd dà alle stampe il primo volume dei Gradualia, un’opera ambiziosissima contenente 63 mottetti per il proprio della Messa. Ma pochi mesi dopo la pubblicazione ci fu la congiura delle polveri e dichiararsi cattolico voleva dire essere nemico dello stato. Le pene furono esemplari e possedere un’edizione del libro di Byrd era sinonimo di colpevolezza. L’accusa era di alto tradimento e prevedeva, in sequenza, impiccagione, sventramento e squartamento. Adesso capisco perché don Camillo, nel suo celebre viaggio in Russia, cambiò copertina al suo breviario!

