Era una copia dell’Eneide di Publio Virgilio Marone, uno dei pilastri fondamentali della cultura occidentale. La mente mi portò, così, a quei giorni ormai antichi, quando non ero che un liceale di belle speranze. E pensai al mio professore di Latino che, come rituale preinterrogatorio, chiedeva costantemente di recitare a memoria l’intero proemio del capolavoro virgiliano pena il ritorno al posto con un votaccio più che misero. E pensai al mio Dante che in quest’opera vide il faro che illuminava i suoi passi eleggendo il Poeta a sua guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio. Quasi lo vedo, lì, a intervallare la scrittura della Commedia alla lettura delle opere del suo Maestro, prendendosi poi una pausa per andare in chiesa e sentire gli inni che… un attimo! Chiusi il libro di scatto (nessuna Eneide è stata maltrattata per scrivere questo articolo) e corsi immediatamente alla ricerca di un innario e un sequenziario. Chiunque abbia fatto esperienza nella propria vita di almeno un corso base di quel repertorio detto canto gregoriano¹ sa bene che esso è caratterizzato dal “tempo primo della parola”, ovvero dal tempo necessario alla buona declamazione, che rifugge ogni forma di mensuralismo. Ma se ciò è certamente vero per una parte di repertorio, quella che affonda le sue radici nella struttura salmodica, possiamo pensare che sia sempre così? Alcuni canti del repertorio antico della messa, come gli introiti e gli alleluia, sembrano portare già verso una scansione ritmica definita, coerentemente con la loro origine processionale:² nonostante ciò, la modalità di esecuzione poteva essere mensurale o declamatoria a seconda delle necessità rituali senza per forza raggiungere una forma di canto univoca, in questo punto della storia.³ Questo, però, è un punto sul quale si scontrarono spesso i padri della riforma gregoriana del XIX secolo. Le tradizioni ritmiche viventi che, come vedremo, erano decisamente molteplici vennero percepite da taluni come delle vere e proprie degenerazioni di un repertorio in continua decadenza che doveva essere restaurato alla sua forma originaria. Sia chiaro, ognuno aveva la propria idea e la difendeva con orgoglio: le posizioni non erano certo unanimi e pacifiche.⁴ Quel che è certo è che ne è rimasta, nel grande pubblico, un’idea un po’ vaga fatta di scappatoie e forzature per evitare ogni sorta di ritmicizzazione. Ma cosa c’entra Virgilio, vi chiederete? Qua arriva il bello. La metrica classica era di tipo quantitativo, cioè, fatta di alternanze tra sillabe lunghe e sillabe brevi che andavano a costituire dei piedi metrici binari o ternari.⁵ L’arrivo del mondo cristiano nel contesto imperiale romano si inserisce, da questo punto di vista, in linea di perfetta continuità. I primi innografi utilizzeranno metri propri della poesia greca e romana,⁶ ma questa cosa andrà avanti per secoli fino ad arrivare almeno alla rinascita carolingia.⁷ Il mutare della sensibilità linguistica verso una metrica di tipo qualitativo non causa l’abbandono delle forme poetiche tradizionali. Il Dies Irae di Tommaso da Celano, ad esempio, è composto da terzine a rima piana baciata in metro trocaico dato, anziché dalla lunghezza delle sillabe, dalla loro forza accentuativa.
E la metrica classica sarà alla base anche della notazione modale della scuola di Notre Dame utilizzata da compositori come Leoninus e Perotinus. Ma non è tutto. L’ideazione di una notazione con valori ritmico-proporzionali ad opera di Francone di Colonia⁸ ha fatto sì che, qualche anno dopo, nel contesto della corte papale avignonese, si sviluppasse un modo nuovo di notare in particolare inni e sequenze. È la genesi di quello che comunemente chiamiamo canto fratto.⁹ Ai tradizionali quadrati, dal valore di una longa, vedremo affiancarsi dei rombi, per la prima volta non in combinazione, dal valore di una brevis. Il risultato, spesso, non è nient’altro che una restituzione del ritmo suggerito dal metro poetico stesso. Una menzione a parte merita il caso dei Credo. A eccezione del cosiddetto Credo I, più antico, gli altri nascono tutti dichiaratamente ritmici e predisposti a polifonia, scritta o improvvisata.¹⁰ Emblematici sono i casi del Credo Regis, scritto da Roberto d’Angiò, Re di Sicilia, e della vera hit del XIV secolo, il Credo Cardinalis, che meriterebbe una storia a parte. E sì, anche il tanto conosciuto Credo III Angelorum, da tutti noi spesso eseguito secondo la prassi esecutiva di San Siro, nasce ritmico¹¹ ed è stato colpito dalla cura purificante della riforma Solesmense. Tra i tanti insegnamenti di Virgilio, allora, forse, ne va ascritto anche un altro per noi poveri musicisti che cerchiamo di nuotare nel grande oceano della musica antica: il testo ci regala sempre tantissime informazioni, più di quante i nostri pregiudizi di lettori moderni, figli di un attaccamento morboso alla partitura, ne sappiano cogliere.
