L'Arte maieutica del canto

di Salvina Miano
Laboratorio del Canto, Choraliter 59, settembre 2019

«Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro, basta solo spogliarla». Così Michelangelo Buonarroti in relazione alla sua arte; ma talvolta può accadere che l’immagine «spogliata» risulti diversa da quella «pensata» e che il prodotto artistico cominci a vivere indipendentemente dalla volontà creatrice. Ho sempre creduto nell’importanza di perseguire nella vita professionale un obiettivo che imponga inevitabilmente delle scelte, un progetto di vita. In tal senso, granitica la mia passione per il pianoforte, l’ambizione, la tenacia nel voler realizzare l’unico progetto “immaginabile”: diventare una pianista. Eppure mi sono ritrovata a percorrere una strada non tracciata, a raggiungere una meta non prefissata, a rimettermi in discussione, a fare i conti con me stessa e con la mia “creatura”.

La conquista di un traguardo significativo, come la vittoria a importanti concorsi nazionali e internazionali, si accompagna sempre a un momento di riflessione sul percorso compiuto, tanto destabilizzante per i cambiamenti radicali quanto gratificante per i riconoscimenti ottenuti. È per questo che, assecondando l’invito, mi accingo a raccontare la mia esperienza. L’idea di tracciare un percorso didattico finalizzato alla realizzazione di un coro di voci bianche nasce nel 1999, dall’incontro con il maestro Nicola Conci e dalla decisione di dar vita a un progetto ambizioso concretizzatosi nel 2017, quando ho avviato i primi corsi di propedeutica e di formazione musicale pianificando un corso di studi strutturato per età e competenze che qui illustro. In un iter didattico ottimale i bambini si accostano al coro all’età di 3 anni frequentando, in piccolo gruppo, una lezione a settimana della durata di 45 minuti. Le lezioni si svolgono in un’aula appositamente predisposta, libera da oggetti pericolosi che possano ostacolare il movimento durante le attività. Un grande tappeto in eva, posto in un angolo della stanza, accoglie i bambini e l’insegnante durante le attività proposte.

Il percorso propedeutico si propone di esplorare e valorizzare la musicalità dei bambini sviluppando le competenze di base per comprendere gli stimoli acustici e gli eventi musicali in particolare; ha i suoi punti cardine nell’ascolto, nello sviluppo dell’orecchio e in attività di musica di insieme che prediligono la voce e il movimento corporeo. I bambini, nella medesima lezione, si accostano al canto corale in modo del tutto spontaneo attraverso brevi e semplici canti che tengano in debito conto, nella scelta dei testi e nell’estensione, le loro capacità.
È nota a tutti l’efficacia didattica dei brani tradizionali, dei canti di culla e di quelli composti per i bambini della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, come ad esempio la raccolta Musica dolce di Nicola Conci, foriera di proposte e idee.
Successivamente, dai 6 anni di età, i coristi intensificano le attività corali con la frequenza settimanale di una lezione di formazione musicale e una di canto corale, che diventano poli di un percorso di crescita ricco di stimoli musicali, formativi e culturali.

La formazione musicale prevede attività di riconoscimento, manipolazione e analisi delle componenti del suono in quanto l’educazione dell’orecchio fornisce le competenze necessarie per rendere autonoma la lettura del codice tradizionale.
Una competenza fondamentale come il saper leggere una partitura, ribadita ormai da quasi un secolo dai più autorevoli metodi didattici, viene spesso trascurata, sebbene renda i coristi autonomi nell’esecuzione e consapevoli dei tratti salienti di un brano musicale. Se è così scontato che un bambino della scuola primaria sia in grado di leggere e comprendere un testo, non è altrettanto automatico che un corista legga intonando la partitura che si appresta a cantare.
Per far comprendere l’utilità dell’alfabetizzazione musicale è importante il coinvolgimento delle famiglie: alla fine di ogni anno è opportuno prevedere la loro partecipazione a lezioni aperte, non come semplici spettatori ma in veste di coprotagonisti del percorso compiuto. In questa occasione i coristi presentano il programma svolto durante l’anno: cantano le melodie del loro libro di testo, eseguono ostinati e partiture ritmiche a due o più voci, intonano a prima vista brevi esercizi a due o tre voci proposti dall’insegnante anche attraverso la chironomia. I genitori interagiscono con i propri figli durante le attività, pongono domande e ricevono risposte, forniscono un feedback; vengono dunque superati i limiti delle lezioni di solfeggio parlato spesso responsabili di un allontanamento dallo studio musicale.

Parallelamente, durante la lezione di canto corale, i bambini intraprendono in maniera graduale ma consapevole la conoscenza dello strumento voce attraverso il coro. In collaborazione con un logopedista esperto in vocologia, si propongono esercizi e giochi finalizzati a conoscere e curare la respirazione, l’emissione, l’articolazione, l’omogeneità timbrica, elementi fondanti, questi, di una corretta tecnica vocale. In tal senso diventano validi strumenti didattici i giochi di imitazione e le attività che stimolano la percezione, la proiezione e la risonanza del suono, la consapevolezza corporea, la postura, il corretto posizionamento nello spazio.
Per esempio, i bambini che abitualmente utilizzano un’estensione molto limitata regalano piacevoli sorprese quando, vocalizzando la “u”, immaginano di lanciare il suono seguendo il percorso tracciato con la mano dall’insegnante. Anche la corretta emissione delle vocali deve essere per i bambini una scoperta, il risultato di una ricerca: se il bambino ha sperimentato, per esempio, la differenza sonora e sensoriale tra una vocale molto aperta e una chiusa, riuscirà in seguito a realizzare l’uniformità timbrica tra le vocali e si accosterà con facilità agli esercizi sui dittonghi e sulle sequenze di vocali.
È importante, inoltre, non trascurare la corretta igiene vocale, sensibilizzando anche i genitori sulle conseguenze delle cattive abitudini vocali ed effettuare periodicamente dei controlli foniatrici per monitorare la salute dell’organo fonatorio. 

Sulla base di queste attività si propongono quindi i vocalizzi, esercizi utili per far emergere e migliorare le potenzialità; si avrà cura di utilizzare inizialmente vocalizzi compresi nell’ambito di una terza o una quinta per ampliare poi estensione e difficoltà con gli esercizi su scale e arpeggi. Una strategia efficace prevede l’utilizzo di un testo per facilitare l’apprendimento e l’acquisizione di sequenze melodiche e intervalli articolati. L’esercizio offre la preziosa occasione di lavorare sulla parola curando la pronuncia, l’articolazione delle consonanti e la corretta accentazione della frase, così da prevenire il rischio molto frequente di sillabare, a discapito dell’intelligibilità e della fluidità del testo.
In tal modo il vocalizzo diventa preparatorio allo studio dei brani, non un esercizio meccanico e passivamente reiterato ma punto di partenza per curare la qualità del suono e sondare le sfumature espressive e timbrico-dinamiche che un brano musicale può contemplare. Così, ad esempio, si possono invitare i bambini a cantare un vocalizzo “immaginando” di essere ora tristi, ora felici, o di imitare il timbro di uno strumento ogni volta diverso.
Se correttamente guidati in questo percorso, i bambini sviluppano dunque una maggior consapevolezza delle loro potenzialità vocali, sono coinvolti e responsabilizzati nel loro ruolo di cantori, scoprono il piacere di far musica con gioia e nel rispetto degli impegni assunti nei confronti del maestro e dei compagni.

Concluso il percorso di formazione, i bambini che lo desiderano e che sono ritenuti idonei, entrano a far parte del coro “da concerto” e intensificano il numero e la durata delle lezioni.
Un banco di prova importante per il coro è, a questo punto, la partecipazione a festival e concorsi: questi impegni richiedono una solida preparazione ed è quindi opportuno affiancare, alle consuete prove di insieme, lezioni con gruppi ristretti così da curare i passaggi più insidiosi e consentire anche ai coristi meno esperti di affrontare con serenità momenti così impegnativi.
Offrire un percorso preparatorio adeguato ai coristi più piccoli è sicuramente una scelta impegnativa: non è facile resistere alla tentazione di farli esibire insieme a ragazze ormai in età da coro femminile, consuetudine che ha portato all’innalzamento dell’età media e che priva il coro di voci bianche della qualità timbrica e sonora che lo distingue. Per questo apprezzo la scelta compiuta dagli organizzatori di alcuni concorsi di istituire categorie destinate ai bambini della scuola primaria accanto alle categorie di voci bianche e giovanili. Separare i bambini della scuola primaria dai coristi più grandi, scegliere un repertorio adatto alle loro potenzialità e fargli affrontare il pubblico senza il supporto di ragazzi più grandi li responsabilizza, li rende ancora più autonomi: in queste situazioni sono emerse voci, caratteri, aspirazioni e una determinazione trainante anche per i compagni più grandi e di maggiore esperienza.

In un momento storico in cui prevale la logica dell’avere sull’essere, del “tutto e subito”, vedere i coristi impegnarsi in ore di prove, rinunciare ad altre attività gradite per aspirare a un riconoscimento immateriale rappresenta un importante traguardo educativo e musicale.
Naturalmente le proposte didattiche esposte mirano a fornire solo esempi e spunti di riflessione su una materia complessa che necessita di ricerca e formazione continua. Flessibilità e adattabilità al contesto costituiscono le parole chiave per un direttore di coro che deve riformulare la proposta didattica in relazione ai coristi, consapevole che il coro di voci bianche è in continua evoluzione, ricostruzione e rinascita; l’esperienza acquisita diventa una risorsa per evitare di commettere gli stessi errori, in un costante rinnovarsi e rimettersi in gioco.
Del resto, «un bravo marmista conosce la materia. Sente dove cederà al suo assalto perché l’incisione è già presente nel blocco e aspetta solo di essere rivelata…». Non occorre inventare forme ma «rendere manifeste quelle che erano invisibili» (Muriel Barbery).

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