Anche i Beatles cantano in coro
Vademecum tra i brani più "corali" dei Fab4

di Riccardo Petroni
Fuori dal coro, Choraliter 58, maggio 2019

Tutto è cominciato nel 1957, nella piccola camera di Lennon, al secondo piano della sua tipica casetta popolare. È lì che si incontravano. Ma per suonare John Lennon e Paul McCartney (che avevano rispettivamente diciassette e sedici anni) dovevano mettersi uno di fronte all’altro. Paul era infatti mancino e le due chitarre entravano in quella piccola stanza solo mettendosi in quella posizione. Iniziarono cantando canzoni di Little Richard, Buddy Holly, Elvis Presley. 
E, giocoforza, essendo costretti a guardarsi negli occhi, impararono ben presto ad “attaccare” e “staccare” il loro canto con una precisione millimetrica. Ma Lennon aveva una voce nasale, metallica e tagliente, mentre Paul una voce melodica e dolce. E poiché cantavano sempre insieme, sincronizzati sempre in maniera perfetta, ne usciva, nelle registrazioni “mono” (che durarono fino alla fine del 1967), una voce sola, ma che in realtà era “doppia”, sovrapposta. Una voce con una sonorità “variabile” ineguagliabile, che nessun altro, da solo, avrebbe potuto realizzare. E a queste due voci si aggiunse poi quella di George Harrison, ancora più dolce e malinconica (il batterista Ringo Starr non ebbe un ruolo nella parte vocale).

Ecco che ai nostri orecchi di ragazzini, abituati alle canzoni vincenti di Sanremo della serie Non ho l’età cantata dalla Cinquetti (1964, io avevo tredici anni), iniziarono a pervenire come delle saette canzoni come She loves you o come Please please me, che non solo “spaccavano” (come si dice oggi), a causa dei loro ritmi, per l’epoca stravolgenti, bensì anche e soprattutto per quella “unica voce” di quei due ragazzi geniali.
Cori che iniziarono molto semplici e direi rudimentali, in quanto accompagnavano le loro prime canzoni adolescenziali. Come in Love me do, il loro primo successo (era il 1962 e Lennon aveva ventidue anni, McCartney ventuno). Ma ben presto i cori presero ad avere sempre più vigore nelle loro canzoni. E divennero sempre più complessi e strutturati, soprattutto allorché i Beatles decisero di affrontare via via temi legati a circostanze e momenti di vita personale e sociale. E iniziarono anche a utilizzarli in modo che “anticipassero” quanto andava cantando, al loro seguito, la voce solista. Come in Help (1965), che trattava delle fobie di Lennon di fronte a un successo stratosferico, che gli aveva azzerato la vita privata. Oppure per “duettare” con la voce solista, come in She’s leaving home (1967), che trattava il tema delle ragazzine che scappavano di casa, fenomeno molto diffuso nell’Inghilterra di quei tempi. Questa canzone era poi accompagnata da una formazione diretta dal direttore d’orchestra George Martin (arrangiatore abituale dei Beatles) composta da tre violini, due viole, due violoncelli, il contrabbasso e un’arpa. E così voci, cori e strumenti classici si fondono in un’armonia struggente. Già, perché non dimentichiamoci che i Beatles avevano inserito – proprio nel 1967 – l’orchestra sinfonica nelle loro produzioni.

Ma i quattro di Liverpool si divertivano anche a inserire “in diretta” cori del tutto improvvisati da parenti e amici, presenti in sala di registrazione, come nella famosissima All you need is love, vero e proprio happening psichedelico, organizzato in occasione della prima trasmissione televisiva in mondovisione (giugno 1967), nella quale erano presenti, fra i coristi, oltre a diverse loro mogli e amiche, anche Mick Jagger e Keith Richards (The Rolling Stones), Graham Nash (Crosby, Stills, Nash and Young) e Eric Clapton (The Cream). La stessa cosa accadde per Yellow Submarine, dello stesso anno, dove i cori sono fatti da chi era presente in studio, in particolari i tecnici, gli elettricisti, gli operai addetti alla manutenzione o come nella cosmica Across the Universe (1969), canzone “ecologista” scritta da Lennon e donata in beneficenza al WWF. La canzone è accompagnata da pianoforte, sitar, tanbur, maracas, violino, viola, violoncello, arpa, tromba, trombone, chitarra classica. Le cronache dell’epoca riportano che Lennon, mentre stava entrando nella sede della EMI a Londra (in Abbey Road) per registrare questa canzone, si accorse che fuori c’era una scolaresca che chiedeva di poter vedere il mitico Studio 2, dove loro registravano. John disse allora di farla entrare e registrò con i cori di quei ragazzini. Circostanza che volle ripetere nel 1971, quando incise l’oramai universale canzone natalizia Happy X-Mas (War is over). Ma come non citare anche la solare Because (1969), splendido inno vocale alla gioia.

Concluderei questa breve carrellata con quello che è considerato il loro ultimo grandissimo successo: The long and winding road (1969). È il loro testamento spirituale, nel quale ripercorrono tutta la loro travolgente carriera, che definiscono una “strada lunga e tortuosa”, che oramai però stava volgendo al termine. E certamente non per caso, hanno voluto assegnare la loro definitiva uscita di scena, che li avrebbe incoronati per sempre, alle voci di un possente e malinconico coro femminile composto da quattordici elementi. Di lì a pochi giorni infatti quei quattro ragazzi venuti dalle periferie di Liverpool non suonarono mai più insieme.

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